Garage days revisited – The New Ars Italica – Milano

Massimo Corona, Tommaso Chiappa, Giovanni Manzoni Piazzalunga, Mihailo Karanovic: Arte alle finestre – Garage days revisited – The New Ars Italica – Milano

Giovanni Manzoni PIazzalunga
Giovanni Manzoni Piazzalunga

Dal 2 al 27 Settembre 2008 The New Ars Italica, via De Amicis 28 – Milano Un’atmosfera da laboratorio artistico a cielo aperto. E un Garage Art Sale dove acquistare le opere di artisti emergenti e artisti più affermati.  Una panoramica completa, dall’astratto al figurativo attraverso la fotografia e la scultura. Mercoledì 10 Settembre l’intero stabile di via De Amicis 28 sarà vestito di opere d’arte. La mostra prenderà vita con teloni d’artista su balconi e finestre. Per svilupparsi all’interno della galleria The New Ars Italica in un’esposizione da garage sale. L’arte prenderà il sopravvento sul grigiore della città. I colori si diffonderanno in un contagio che coinvolgerà passanti e appassionati. Arte Alle Finestre espande l’arte in modo informale. Garage Art Sale rende l’opera d’arte un bene comune.

Artisti: Massimo Corona, Tommaso Chiappa, Giovanni Manzoni Piazzalunga, Mihailo Karanovic

Arte alle Finestre. Garage days revisited

Una  mostra  senza  filo  conduttore.  Eretici!  Ma  questa  è  una  rassegna  d’arte  molto  atipica. Innanzitutto  il  sottotitolo  è  la  citazione  dotta  dell’annoso  EP  di  un  noto  quartetto  di  San Francisco: album suonato in garage, in una dimensione “vissuta” e lontanissima dall’ambiente asettico di una sala di registrazione. E la temperie americana non guasta, dal momento che lo spirito della mostra riprende l’usanza dei garage sales, quando il padrone di casa apre il garage sul retro trasformandolo in negozio per vendere le cose non più servibili che potrebbero invece garbare ad altri. Solo che in questo caso le cose in vendita sono opere d’arte. Di per sé, l’arte è un bene non necessario. Probabilmente il meno necessario di tutti. E forse non è neanche un bene.  E  allora  per  quale  motivo  l’arte  può  aiutare  a  vivere  meglio?  L’arte  è  un  piacere  da gustare e far gustare. Garage sale applicato all’arte è un’iniziativa ricca di spunti interessanti, non  solo  per  operatori del settore  e  amanti  in  generale,  ma  anche  per  i neofiti  e  gli  ignari passanti, che possono venir coinvolti in un’atmosfera informale facilitandone l’avvicinamento al mondo dell’arte, talvolta limitato ad una ristretta  cerchia di conoscitori. Arte alle Finestre. Garage  days  revisited facilita  la  diffusione  dell’arte  in  modo  molto  fruibile,  rendendola irrinunciabile e immediata come un bene di prima necessità. Dieci artisti, alcuni emergenti e altri  con  una  ricerca  già  avviata,  in  una  panoramica  completa,  dall’astratto  al  figurativo attraverso la fotografia e la scultura.

Giovanni Manzoni Piazzalunga

Magia del segno. Pensiero-mano-carta. Giovanni Manzoni (Cochabamba, Bolivia, 1979; vive e lavora a Milano) fa un lavoro d’immagine e basta. Tocca la sensibilità soprassedendo ai cinici tecnicismi. E per reminiscenza riandiamo col pensiero al grandissimo Franko B: “Voglio creare  belle immagini”. Il riconquistato interesse del disegno nell’esperienza artistica degli ultimi anni permette di parlarne nei termini di una sorta di rinascenza. Forse perché il disegno consente un’interazione più complessa con la realtà e una rideterminazione dell’immagine in sé in un modo più articolato di altri mezzi espressivi. Il lavoro di Giovanni Manzoni passa attraverso la rivisitazione della carta e del segno e nasce dalla passione per quei disegnatori che fanno vivere i propri lavori attraverso la linea: Moebius, Milo Manara, Miguel Angel Martin. Con l’olio il percorso creativo è lungo: qualcosa durante il cammino si raffredda. Mentre dalla mano al disegno la strada è breve. E’ più svelta la mano che il pensiero. Non pensare: è solo alla fine che ti accorgi di ciò che hai fatto. I lavori di Giovanni Manzoni sono volutamente sottratti al riscatto accademico. Il disegno è istintivo e gli errori non si cancellano. Bello perché sbagliato: la trasgressione è un dimenticare le regole. In una storia dell’arte dallo sviluppo molto rizomatico bisognerebbe collocare Andrea Pazienza fra Roy Lichtenstein e Lucio Fontana. E idealmente scomodare un molatore di lenti che ci facesse vedere Michelangelo attraverso il dripping di Jackson Pollock. Che pasticciava una tela bianca, mentre Manzoni una tela disegnata: la tecnica del caffè fa emergere il disegno dalla superficie, ricoprendo in maniera più trasparente il pastello senza farlo scurire. Le opere di Giovanni Manzoni sono l’espressione di stati d’animo surdeterminati, come la decisione di prestare il soggetto raffigurato a una visione sfuggente – Non guardarmi. Perché di spalle? Il motivo non v’è. Le sue carte sono pagine di diario su cui tracciare annotazioni che solo alla fine vestono il pensiero. E le sue immagini si prestano a svariate letture. Il disegno è il succedaneo della scrittura e l’immagine in sé è più eloquente della parola.

Massimo Corona

Si mette poca testa nel fare le cose, oggi. In termini meno popolani: v’è un depotenziamento del pensiero, oggi. Massimo Corona (Biella, 1968) enfatizza il non senso del contemporaneo. Ma, al pari di quanto accade nei lavori di Mihailo Karanovic, il processo creativo non nasce dalla concettualizzazione degli stati di cose. E’ un gioco, anche se un gioco serio. Come baloccarsi con le parole del linguaggio con cui battezzare i propri quadri. Ma per denotare un riferimento importante. Cogito ergo cogito è un gioco: un personaggio tiene in mano il clone della propria testa come un oggetto prezioso, mentre il soggetto a testa in giù simbolizza il ribaltamento delle cose. Si mette poca testa, dicevamo. Forse abbiamo anche in questo caso a che fare con la simbolizzazione di un appannamento dell’evidenza: la perdita di vista dei valori, nel senso di ciò che veramente conta. E un conseguente senso di disorientamento. Come la condizione pensosa in cui si trova il personaggio di Onirico introverso, opera che mette in evidenza l’elemento grottesco e deformante dei soggetti raffigurati in secondo piano. Che per affermare la loro personalità arrivano ad essere le versioni caricaturali di sé stessi. A Massimo Corona garba insinuare domande senza risposta: cosa significa I suoi amici avevano organizzato la  festa? Importa più il come del che cosa, la modalità espressiva piuttosto che il contenuto. Con Mihailo Karanovic condivide l’assorbimento dell’atto intenzionale della pittura attraverso il gesto. Ma il legittimo accostamento per reminiscenza a pittura del segno e pittura del gesto non deve far pensare a un Mathieu o un Hartung. Anche se la pittura di Massimo Corona è spinta da ragioni emotive forti. La sua poetica armonizza un certo rigore strutturale nella determinazione della superficie pittorica con l’elemento della casualità. Laddove è il gesto stesso a farsi segno della casualità. E dal momento che la modalità dell’espressione creativa sopravviene sul contenuto, il segno viene ad essere il termine medio attraverso cui la cosa “viene fuori” esattamente in quel modo. La casualità è intrinsecamente legata al gesto in quanto nasce da esso. Quindi da una volontà disciplinata. Esemplificata nbel momento in cui il concetto di gesto si ripropone nel gesto atletico compiuto dalla ballerina in secondo piano di Onirico introverso. Siamo lontanissimi dall’immagine stereotipa dell’artista ebbro d’ispirazione che si lascia andare senza-gesti-controllati davanti alla tela. L’intenzione pittorica deve fluire dalla pennellata per una sorta di rispetto della tela bianca. Per questo motivo Massimo Corona lavora sempre su una tela già sporca di colore: leva quel rispetto, perché una volta violata la superficie bianca non si può più tornare sui propri passi. Nemmeno stendendo il bianco sul bianco della tela. Il processo creativo soprassiede al filtraggio intellettuale. Il quadro nasce dal caso e acquisisce senso nel momento in cui «la cosa fa clack»(Francis Bacon): l’opera prende senso quando l’immagine iniziale entra in relazione con gli altri elementi. Il senso è dunque un’acquisizione a posteriori come il titolo stesso dell’opera: quando «la cosa fa clack» l’immagine esprime esattamente ciò che si insinua tra le sfaccettature del quadro. Le immagini di partenza diventano frottage e assemblaggi dove disegno e colore fanno da tramite fra gli elementi. Come se fra uno strato e l’altro si nascondesse quella cosa che l’artista voleva esprimere

Mihailo Beli Karanovic

Mihailo Beli Karanovic (Vrsac, Serbia, 1980; vive e lavora a Milano) è un artista istintivo estraneo al chiacchiericcio filosofico. Ma in fin del conto filosofeggia lui per primo. Non è un intellettuale. Ma il senso dei suoi lavori si estende fino alla saggezza. Il che è piuttosto atipico, considerata la giovane età dell’artista. Il mezzo espressivo che assorbe detta virtù passa dalla tecnica mista su juta alla spazzatura. Quadri e sculture. Paesaggi urbani familiarissimi, ma trasfigurati, e piccioni/persone. Dunque: presentificazione-nel-presente del contesto sociale e rappresentazione di tipi umani. Perché i piccioni? Jung parlava di “tipi psicologici”. Beli li chiama volatori. I suoi personaggi sono tipi ispirati dall’osservazione della quotidianità – sul metro, nei locali, al mercato et cetera. Heidegger con il si-dice e il per-lo-più si riferiva alla vita inautentica. E i piccioni di Beli sono designers, filosofi e zombies che si situano per lo più al livello di noi stessi e ai vari stati di cose del quotidiano. Sono sculture di spazzatura, corda e ferro perché la nostra stessa costituzione è di materiale non nobile. Il che non significa scimmiottare i misantropi e svilire la condizione umana, ma mostrare l’evidente: la mancanza di etica. E sagacia. Cosa che a volte denota situazioni ridicole. Non vi diciamo cosa facciano i piccioni/filosofi di Beli. E nemmeno chi rappresentino i suoi piccioni/designers. In compenso, con il compianto Carmelo Bene vi diciamo che siete tutti degli zombies e vi spieghiamo anche perché. Dopo. Forse fra vent’anni. I filosofi in verità non sono filosofi. Nulla contro i professionisti del pensiero, ma i volatori di Beli sono altro. Usiamo l’artifizio retorico del dire ciò che non vorremmo dire e sfanghiamola così: i filosofi-che-fanno-l’innominabile simbolizzano plasticamente la condizione umana piuttosto diffusa della proiezione sugli altri delle proprie frustrazioni. Gli arrabbiati con la vita sono naturalmente e in prima istanza arrabbiati con sé stessi. E trasferiscono la propria rabbia formulando giudizi morali ed estetici sulle modalità di vita delle persone e sugli stati di cose. Il che si traduce spesso nel ricoprire di contumelie ciò che non si conosce. E’ la pedagogia della merda. Il sotterfugio del maligno turlupinatore che aziona il ventilatore con cui infangare indiscriminatamente e ad ampio spettro. Chiamiamo i filosofi di Beli opinionisti impertinenti e facciamo spallucce sull’efficacia del termine. Anche per i designers il riferimento è puramente simbolico e non denota alcunché di fisso e sussistente. Qui siamo al livello del si-dice: l’inautenticità del conformismo e della totale assenza di autonomia di giudizio critico. Fare la tal cosa perché fa fino è la mancanza di spina dorsale dell’inseguitore di massa – non critica. Frequentare i sushi bar senza sapere cosa sia il sushi e persistere nell’abitudine autoindotta anche dopo aver scoperto che il sushi, obiettivamente, fa schifo. Gli zombies sono il vostro peggiore incubo nella notte senza fine. Non tanto rappresentazione di tipi, quanto esemplificazione di un’oppressione intima e individuale ma piuttosto distribuita. Anticipazione di un futuro desolante. La profezia che si autoavvera di chi vede inespresso il proprio talento. Forse proprio gli zombies spiegano bene il senso del neologismo volatori: avere le ali e non spiccare il volo. Ma la responsabilità è sempre individuata e singola. Gli zombies sono non morti in territorio limbico fra morte e no. E gli zombies di Beli simbolizzano chi è già morto dentro. Figura su cui si innestano come in un circolo della rappresentazione dell’inautenticità quelle del designer e del filosofo. Accanto a questa stratificazione di tipi si collocano le figure dei cosiddetti piccioni/comuni: spettatori di passaggio senza un ruolo specifico in senso positivo o deteriore. Affacciati anch’essi sul mondo preconizzato dalle Colonne di San Lorenzo nel SUPER FUTURO, scenario alla Blade Runner che anticipa nel presente l’obbligo della scelta fra Bene e Male – comprendendo nell’estrema generalizzazione di questa coppia morale i variegati esempi di valore che si realizzano già qui e ora. Verrebbe in mente un Catone censore. Ma nonostante la natura istintiva e non intellettuale dei lavori di Beli non si riesce a non andare per reminiscenza a un Eraclito silente. Senza con ciò stesso volerlo mettere in mezzo ai suoi filosofi.

Tommaso Chiappa

A volte si associa alla suggestione fotografica dei dipinti un conseguente depotenziamento estetico. Ci s’inganna. Si tratta di un giudizio di gusto: dunque una sottocategoria dell’estetico, intrinsecamente soggettiva. Caratteristica del lavoro di Tommaso Chiappa (Palermo, 1983; vive a Milano e Palermo) è il colore puro. Pulizia raffinata, azzeramento degli sfondi e delicatezza acquorea del timbro cromatico. I soggetti sono volutamente raffigurati in una condizione di familiare sospensione e manifestano un’attitudine di inquieta levità: la composizione dei quadri è sempre gentile e al contempo squilibrata. E l’uso del monocromo genera un discorso simbolico. Il giovane artista palermitano ricostruisce la realtà assegnando a sé stesso il compito di rappresentare immagini mentali tramite la pittura. Il mondo là fuori viene concettualmente trasceso. Naturalmente Tommaso Chiappa non è un visionario. Le sue opere nascono sempre dalla realtà effettiva e il contatto con il mondo esterno é di fondamentale importanza. Ma in questi ultimi lavori capita che luoghi, persone e cose risultino squilibrati a bella posta. Un sistema dove le parti costitutive dell’arredo del mondo non coincidono. L’artista rilegge infatti il presente con una sorta di cortocircuito spaziotemporale, dove i soggetti sono sempre attinenti a un contesto sociale familiare, deviando al contempo verso qualcosa di universale e paralizzante. Fermi tutti, Tommaso sta mischiando le carte, black out. La ricercata  limpidezza delle sue tele è mista alle sue origini meridionali: il blu denota l’atmosfera marina respirata per vent’anni ed è legato a livello sia fisico che simbolico alla territorialità. Il rosso fa invece esplodere un discorso su un senso di irrequietezza, contraltare emotivo alla composizione levigata e instabile dei suoi quadri. Il pretesto territoriale non deve infatti trarre in inganno: l’artista stravolge il concetto di appartenenza, ancorandosi alla realtà per aprirsi a un discorso di più ampio respiro. In un universo – di discorso, non solo geografico – globalizzato, i luoghi generano un cortocircuito che permette di leggere il presente attraverso immagini alternative. E le antenne di Tommaso Chiappa captano alcuni squilibri mentali da sviluppare. Riassaporare il luogo e correggerlo leggermente con elementi che compaiono nella nostra mente. Ed è cosi che in monocromi raffiguranti paesaggi del sud compaiono soldati in cerca di guerre da combattere o dispersi in terre non ancora conosciute. Paesaggi in equilibrio precario per alcune presenze “decentrate”. Tommaso Chiappa è affascinato dall’irregolarità. E ancor di più dalla contaminazione di composizioni estremamente pulite. O dallo squilibrio compositivo che genera un equilibrio mentale. Che guazzabuglio, signora mia.

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