MARIO GARCIA SASIA, O DEL CONSUETO SACRALIZZATO

Maggio 2008 – Mario Garcia Sasia. Constant Stranger – Galleria Bianca Maria Rizzi – Milano

Mario Garcia Sasia - Arnau - 2007 - Tecnica mista su tela - 116x90 cm - Courtesy Galleria Bianca Maria Rizzi

Da tempo la riflessione estetica si accompagna al riconoscimento di una società dell’immagine, in cui molte, forse troppe immagini si impongono alla visione conculcando la capacità stessa di vedere. Mario Garcia Sasia offre con i suoi lavori una lezione sul saper-vedere che è anche una forma di conoscenza. Sasia vede la bellezza in luoghi inusuali. E non casualmente usiamo qui il verbo “vedere”, dal momento che il contesto attuale sembra aver misconosciuto il valore estetico – e oseremmo dire anche morale – di questa azione attenta dell’occhio. «Puoi trovare vita ovunque, se apri abbastanza gli occhi», dice Sasia. L’occhio e lo spirito era del resto il titolo di un fortunato libretto sull’estetica della visione del fenomenologo francese Maurice Merleau-Ponty, dove si tematizzava il radicamento del pensiero nella percezione attraverso una sorta di abdicazione del pensare al vedere. L’occhio ci apre un mondo. E Sasia sa vedere il bello in spazi insospettabili e ambienti a tutta prima desolati – le zone industriali di Londra o di Barcellona, la metropolitana di Parigi –, magnificandone ex novo i dettagli e restituendoli trasfigurati alla visione. Ordinari e forse anche sgradevoli tessuti urbani che si sublimano come luoghi sacri, chiese, templi. Confessa l’artista: «Congelo il tempo di questi luoghi e ne trasformo il paesaggio. Cammino nella metropolitana di Parigi, vedo volti, luci, colori e per un momento magico mi sento come situato dal giusto punto di vista. All’improvviso tutto quel rumore, tutta quella sporcizia si purificano e il mondo mi appare in senso potenziato, vedo la realtà in modo amplificato». Uno sguardo da nessun luogo. Un rinnovare sé stessi che passa attraverso il mettere alla prova la propria capacità di guardare, preclara opposizione agli autodafé introspettivi, redimendo la crudezza di contesti svincolati dalla contingenza legata alla storia e alla memoria – «Se fossi Buddha mi sentirei in questo stato per tutto il tempo. L’unico modo di stare in questi santuari per me è dipingerli». Dipingere è un riorientamento dello sguardo, ciò su cui non poco influisce l’esperienza fisica del viaggio – «Muovermi lungo l’Europa è stato per me più di un “crash” culturale, ha cambiato il mio modo di vedere la realtà». Ma è un viaggio la pittura stessa, una ricerca costante in cui provare differenti possibilità espressive: la tela bianca di fronte alla quale sta per esser presa una decisione è nello stesso tempo lo scenario su cui esercitare la vita. La pittura di Sasia è una riflessione sulla città e i suoi abitanti: città che è un modello, un paradigma il cui valore archetipico si esemplifica di volta in volta attraverso scorci particolari – l’architettura del paesaggio urbano, le persone che compiono azioni del tutto normali, conducendo la vita con i suoi segreti nascosti. “People of the background”, le definisce Sasia con espressione icastica che vogliamo lasciare così: soggetti colti per un attimo di splendore, fermati come in un fotogramma per poi non rivederli più, quando con le loro azioni stanno per abbandonare il dipinto che li immortala. Una pittura fotografica non nel senso della restituzione mimetica aderente al vero, ma nel senso della cattura di millisecondi di esistenza. Dario Argento volle girare la sequenza di un suo celebre film in un modo che ricordasse molto da vicino Nighthawks di Edward Hopper: la raffigurazione di certi spazi silenti ben si prestava alla realizzazione di scenografie improntate a una melanconia quasi metafisica.

Mario Garcia Sasia - Go - 2009 - acrilico su tela - 220x70 cm - Courtesy Galleria Bianca Maria Rizzi

I paesaggi urbani e gli interni di Mario Garcia Sasia risulterebbero con ogni probabilità decontestualizzati in un girato di Profondo Rosso: possono ricordare Hopper, ma se ne discostano intensamente per via negativa – cosa essi non sono – grazie a uno stile personalissimo che li fissa in posizione altra rispetto a eventuali referenti pittorici. Dei quali ammira ciò che egli stesso non fa, risultando dunque – per un paradosso che è tale solo in apparenza – lontani dal suo stile. Dialogando con Sasia, viene fuori la sua convinzione che anche Edward Hopper amasse passeggiare come lui lungo le strade di New York, con i muri di mattoni rossi all’ora del tramonto o della siesta; ma Sasia preferisce non ritrarre la realtà così come si presenta ai suoi occhi, né la sente come circonfusa della stimmung della melanconia. Ciò che vale sia per il medium espressivo che per il retroterra concettuale delle opere, dove l’arredo costitutivo di ambienti cittadini di per sé anonimi è vivificato da timbri vibranti di colore che bagnano la superficie come un lago di luce, conferendovi una luminosità limpida e piana attraverso campiture piatte e antinaturalistiche. Qualità intrinsecamente connesse alla tecnica acrilica, che rende la superficie pittorica omogenea e regolare per varietà e brillantezza dei colori e medium espressivo prediletto per una ragione ben precisa: il tempo. Asciugandosi l’acrilico più in fretta dell’olio, l’esecuzione pittorica si sincronizza con lo sviluppo dell’idea attraverso una contemporanea preservazione del colore nella sua purezza. Prelevando il termine dall’usuale senso riferito alle relazioni umane, possiamo dire che Sasia instauri un rapporto empatico coi soggetti raffigurati, siano essi una lavanderia, un autolavaggio, una piazza affollata o una zona desolata, relazione che prende la forma di un vedere-oltre che rinnova la luce rendendo uniche le sue tele.

Galleria Bianca Maria Rizzi
Via Molino Delle Armi 3
20123, Milano
+39 0258314940
info@galleriabiancamariarizzi.com
www.galleriabiancamariarizzi.com

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