ATTRAVERSO L’IMMAGINE, AL DI LÀ DELL’IMMAGINE

Settembre 2009 Alessandro Bulgarini – Vicolo Del Medio Evo 7  – Parma

Alessandro Bulgarini – The Child Without a Face – 2009 – olio su tela – 80×70 cm – Courtesy dell’artista

Per quale motivo l’opera di Alessandro Bulgarini sembra così inattuale?

Riandiamo infatti col pensiero alle annotazioni nicciane, paradossalmente profetiche nel titolo autoimposto delle Considerazioni inattuali. Da che mondo è mondo, l’immaginazione rappresenta una risorsa vitale il cui valore è stato ahinoi costantemente misconosciuto. Trascuratezza che si accompagna al riconoscimento del depotenziamento del suo stesso potere iconografico. Ci provarono i “contestatori” nel ’68, con l’immaginazione al potere, ma con scarsi risultati. Malgrè lui, Alessandro Bulgarini vive in un contesto epocale contrassegnato dalla ridondanza iconografica. La sua opera si colloca pertanto nello scenario del delitto perfetto teorizzato da Jean Baudrillard, dove la soppressione della realtà è il risultato della sopravvenienza della cosiddetta iper-realtà e la nettezza della distinzione con la fantasia s’illanguidisce in una mistura indistinta di realtà e illusione. Questo è lo stato di cose in cui il Nostro si trova a operare. Questo è il contesto in cui l’aereo che entra nelle Twin Towers raffigura un’immagine inimmaginabile secondo i soloni della sociologia come il succitato Baudrillard. Strano combinato disposto del “duello” fra realtà e finzione e dello strapotere iconografico della comunicazione che fa sopravvivere l’immagine nella forma della sua stessa assenza. Insomma, come diceva Gil Scott-Heron già nel 1971, noi siamo televisionati (The Revolution Will Not Be Televised). E che dire del commento sciagurato di Karlheinz Stockhausen, secondo il quale l’eccidio dell’Undici Settembre, bloccato per sempre nell’immagine degli aerei che si sfracellano nelle Twin Towers, sarebbe la più bella opera d’arte mai realizzata?

Alessandro Bulgarini – Pop Is Dead III – 2009 – olio su carta – Courtesy dell’artista e The Davis Museum Collection, Barcellona

Ogni tanto nel corso della storia si deve decretare la morte di qualcuno o qualcosa: Nietzsche ce l’aveva con il Dio della religione, Marx con quello del Capitale, Hegel aveva stabilito la morte dell’arte. E Baudrillard voleva far morire la realtà, individuandone l’annichilimento nell’esuberante attrazione delle immagini esercitata dalla società mediatica. Audax vicit. Ma non è sempre così. E dal momento che anche la pittura pensa, in quanto pratica speculativa il cui apporto epistemico è lo stesso della filosofia, allora possiamo vedere nell’impresa del Bulgarini il superamento del concetto baudrillardiano di simulacro, lascito della società mediatica da cui avrebbe origine come per partenogenesi il concetto di un’immagine fantasmatica in cui vero e falso si mescolerebbero in unità indistinta. Ciò che, va da sé, rappresenta un autentico non sense, dal momento che una cosa o è vera o è falsa – e se è mezza vera, è falsa e basta. A sostegno dell’idea relativa al cimento polemologico della pratica pittorica verso l’immagine plastificata del simulacro riandiamo dunque col pensiero a ciò che con la potente eloquenza dell’ossimoro possiamo definire la storia dell’attualità. L’aereo che entra nelle Twin Towers. Il sesso virtuale. La seduta plenaria dell’ONU. La creazione di un’esistenza individuale parallela (il mondo di Second Life). Le immagini dei traccianti sugli schermi della CNN ai tempi di Desert Storm, quando ci si stupì di poter assistere a una guerra come fosse un videogioco. E la dotazione sui tank americani di potenti altoparlanti che “sparavano” i brani musicali del gruppo heavy metal degli W.A.S.P. allo scopo d’infliggere al nemico musulmano sensazioni di sconvolgente terrore. Irruzione del potere, mediatico al cubo: il potere fantasmatico dei mezzi di immaginazione di massa. Se di lotta dobbiamo parlare, allora il potere della pittura rispetto all’immagine simulacrale passa attraverso la contrapposizione fra l’esuberante attrazione dell’immagine eterodiretta e la forza tranquilla dell’immagine generata dai moti che sommuovono l’animo del pittore/filosofo – o pittore concettuale, per usare la definizione con cui il Bulgarini descrive la propria poetica.

Alessandro Bulgarini – Study For A Foggy (Misty) Portrait – 2009 – olio su tavola – Courtesy dell’artista

Che con la tecnica della pittura – come lo scrittore con la tecnica della scrittura e il filosofo con la “tecnica” della riflessione – restituisce il potere informativo dell’immagine allo sguardo ahinoi disincantato dell’essere umano contemporaneo. Tanto contemporaneo da non esser più capace né di guardare né di pensare, inchiodato alla sua stessa, attualissima preistoria. Così che, sia pure dilatandone  il concetto alla nostra usanza, con Erwin Panofsky potremmo parlare di una rediviva iconologia, metodo di lettura del pensiero della pittura che prescinde dalla descrizioni resocontative per soffermarsi, illuminandoli, sui correlati storici, filosofici, sociologici, mitologici, religiosi dell’immagine pittorica stessa. Spesso esterni al dominio consapevole di chi quell’immagine ha creato. Inconsapevolezza da cui il Bulgarini, nella sua pratica speculativa, è ben lungi: il quale anzi consapevolmentelascia dietro sé la questione sociologica della visione nel mare magnum della contemporaneità mediatizzata e navigando a vista nella procella dell'”iper-realtà” simulacrale si accosta ai limiti rocciosi del saper vedere. Ecco perché a proposito della sua opera ci piace rievocare l’iconologia panofskiana: saper vedere un’immagine è come svuotare quel vaso di Pandora che è la pittura. Ma “navigare a vista” è un rimando esplicativo fuorviante: con il Virilio de L’arte dell’accecamento il nostro giovane pittore ha imparato che saper vedere comporta un capovolgimento scopicorispetto alla consueta modalità di percezione visiva indotta dai potentissimi vettori d’immagine del contemporaneo. Scrive infatti il Bulgarini (il quale, lo si è capito, oltre che pittore è pensatore): «[…]assistiamo oggi ad una sorta di bombardamento mediatico, universale e quotidiano: dalla pubblicità alla televisione, passando attraverso internet e le tecnologie digitali in continua ed incessante evoluzione. Eppure, paradossalmente, l’umanità sembra avere progressivamente perso la capacità di “vedere” in profondità, essendo diventato ormai abituale, il più superficiale atto di limitarsi a “guardare”, generando quella che Paul Virilio […] ha definito “Fatale Distrazione” o “Glaucoma Artificiale”»1.

Alessandro Bulgarini – The Child Without A Face III – 2010 – olio su tela – 70×70 cm – Courtesy dell’artista

La modalità di visione contenuta nel concetto di capovolgimento scopico è allora la proposta relativa a un ritorno: torniamo a imparare a guardare (e a pensare). Non più frontalmente: tale percezione del visibile è la stessa visione distratta dello sguardo panottico che, anziché scrutare attivamente l’orizzonte del visibile, subisce la visione deresponsabilizzata e distratta indotta dalla ridondanza mediatica, che ci fa vedere il visibile rimpiazzando la visione in sito e in visu con il teletrasporto pigro dell’immagine.Torniamo a imparare a vedere l’intima essenza delle cose. Ciò che coincide con il coglimento della verità. Lasciando dunque alle nostre spalle l’abitudine alla visione frontale dello spettatore passivo abbassiamo lo sguardo. Atto non di umiltà, bensì di introspezione attiva del visibile e dell’invisibile – ricordate il filosofo Maurice Merleau-Ponty? Attuando nell’arte della visione quella stessa straordinaria rivoluzione che secondo lo scrittore Marek Halter fu realizzata da Jackson Pollock in pittura: «Pollock è il primo ad aver abbandonato il cavalletto, una volta posta la tela per terra per cogliere il quadro dall’alto. E’ come un paesaggio visto dall’aereo; mentre la pittura europea sono paesaggi visti dal finestrino di un treno»2. E come fa il Bulgarini a realizzare questa sorta di intravisione noetica dell’immagine? Attraverso una visione derealizzante. Riproponendo, forse senza saperlo, quella fatale attrazione fra l’apporto fenomenologico e l’apporto poetico al reale, recondite armonie che Edmund Husserl confidò una volta all’amico poeta Hugo von Hoffmasthal. Il Bulgarini supera l’atrofizzazione retinica indotta dal «bombardamento mediatico, universale e quotidiano» – che determina quella sorta d’assuefazione all’accecamento cui Virilio si riferisce con il concetto di fatale distrazione – non attraverso la creazione dell’immagine “bella”, fonte di una semplice piacevolezza retinica, bensì occasionando nell’osservatore quella sorta di vibrazione della retina il cui effetto è lo stesso di quello scaturiente dai connubii cromatici che secondo Isabella Far bastavano a fare di un quadro un’opera d’arte: bella materia colorata. Recuperando la capacità di vedere con l’ostensione del concetto emblematicamente racchiuso in un’immagine provocatoria e inquietante, unitamente a una costante ricerca della tecnica della pittura.

Si veda ad esempio la serie dei Bambini senza volto, dove, rispetto all’elemento pittorico, sopravviene l’elemento concettuale che spariglia le carte in tavola. Insinuare l’immagine come un tarlo nella mente e nell’occhio dell’osservatore, quasi forzandolo a riorientare lo sguardo nella direzione della rinnovata effabilità dell’immagine, ciò è il contenuto per dir così ideologico dell’opera di Alessandro Bulgarini. “Ideologica” in quanto pone a suo stesso fondamento l’idea. O, se preferiamo metter da parte quanto Kant ci ha insegnato sulla distinzione fra idea e concetto, un elemento concettuale. Da intendersi non certo nella direzione di quella corrente artistica che aveva posto alla base del suo stesso operare la predominanza dell’idea rispetto alla relativa realizzazione fisica, ma, in un’accezione lata, nella direzione di uno scotimento intellettuale dell’osservatore occasionato da una provocazione visiva. Proclive all’arte fantastica, di cui ha recentemente incontrato e conosciuto il capostipite Ernst Fuchs, il Nostro ha trovato nell’esperienza di un Gottfried Helnwein e nel realismo psichico di un Rudolf Hausner, oltre che in una riadattata eredità magrittiana, la possibilità di generare un immaginario «[…]finalizzato a sconcertare, sorprendere e provocare per stimolare un meccanismo razionale che metta in crisi il tradizionale modo di guardare»3. Volendo dalla sua il surrealismo di un Riccardo Tommasi Ferroni, potente contraltare al circo mediatico dell’accecamento progressivo che Vittorio Sgarbi ha inquadrato nella meraviglia del possibile -«il grande spettacolo dell’impossibile che si rende possibile». E che per transizione dà l’impronta di sé alla ricerca del Bulgarini, attraverso la sperimentazione di invenzioni visive che rimuovano «la polvere dell’abitudine dagli occhi dell’osservatore annoiato»4. Senza mai perdere di vista un concetto di fondamentale importanza nell’epoca attuale: l’urgenza pressante di fare buona pittura, che non può prescindere dall’occasionare uno stimolo alla riflessione. Accogliendo fra i mentori ideali un Pietro Annigoni o un iper-contemporaneo come Luciano Ventrone, a partire dalla folgore daliniana che colse il Nostro ai primordi della propria ricerca. Forse il giovane pittore bresciano pecca di massimalismo teorico quando consente col Virilio, secondo cui anche il mercato dell’arte avrebbe subito l’impronta dell’accecamento globale, piegandosi a quella che evidentemente dovrebbe considerarsi l’illogicità di un sistema in cui l’appassionato si involve in consumatore. In fin del conto l’arte, senza il mercato, non esisterebbe. Ma stiamo parlando di pittura, disciplina intorno alla quale ancora si discute del certificato di morte.

Una caratteristica dello stato di cose nell’arte contemporanea è la mancanza di pittoricità. Ciò che pone subito in rilievo il vetusto concetto della cultura estetica, la bellezza come intima connessione di forma e immagine. In effetti la pittura non è mai una replica isomorfica della realtà, ma nell’opera di Alessandro Bulgarini conduce sempre a una sorta di nescio quid misterioso e magico che occasiona nell’animo dell’osservatore un intenso impatto emotivo. Se non emarginata, forse la pittura rappresenta tuttora una pratica inattuale rispetto a videoarte, installazioni, sound art et cetera: le applicazioni della tecnica hanno reso suggestivo largheggiare nella sperimentazione di modalità espressive altre rispetto alla pittura. Ma da tempo, all’idea che la pittura sia una lingua morta, si accompagnano la ricerca e le riflessioni condotte da critici, curatori, giornalisti e filosofi nella direzione di questa pratica espressiva. Tanto da auspicarne una sorta di rinascenza. Di fatto, è come la suggestione che internet possa sopravanzare la carta stampata. Ciò che mai  accadrà: differenti sono le modalità di lettura,  utilizzo e linguaggio. Come la carta stampata sembra votata all’inattualità rispetto a internet pur non essendolo,  lo stesso vale per la pittura in riferimento ad altri mezzi espressivi. Viviamo anche noi lo zeitgeist, lo spirito del tempo in cui più pratiche espressive concorrono l’una accanto all’altra nell’informare del proprio stile un’epoca. E ogni epoca è all’altezza di sé stessa. Così la pittura. La ricerca del Bulgarini è protesa a difendere il potere seduttivo e il ruolo comunicativo profondo di un mezzo espressivo a rischio d’inattualità in quanto tallonato da “concorrenti” apparentemente più “moderni”. Ed è gettata in un contesto epocale contrassegnato da un’estetica dell’eccesso d’immagine. Eccedenza di cui preconizza il pericolo pressante  per quella risorsa vitale che Alberto Agazzani ha definito l’arte di vedere l’arte5.

E’ per questo che la pittura di Alessandro Bulgarini ci sembra straordinariamente urgente nella sua inattualità.

Alessandro Bulgarini – Ognuno ha gli idoli che si merita – 2009 – olio su tela – 40×50 cm – Courtesy dell’artista

NOTE

  1. Alessandro Bulgarini, Il potere dell’immagine: pensieri sull’Arte (http://www.alessandrobulgarini.it/recensioni.html), 2009
  2. Marek Halter, Suivez l’artiste, in France 3, Febbr. 2005 – cit. in Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, Milano, Cortina, 2007
  3. Alessandro Bulgarini, Il potere dell’immagine: pensieri sull’Arte (http://www.alessandrobulgarini.it/recensioni.html), 2009
  4. ibid
  5. Alberto Agazzani, De temporum fine comoedia, in Luciano Ventrone. Le verità dipinte, Firenze, Giunti, 2008


www.alessandrobulgarini.it

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