DEL SUBLIME (immobile)

Maggio 2010 – Alberto Storari. Approdi di sogno – PerCorsi EstraVaganti – Rimini

(Allestimento mostra a cura di Rosita Lappi)


Alberto Storari - Relitto- 106x152 cm - olio su carta stagnola applicata su tessuto damascato - Courtesy dell'artista
Alberto Storari - Relitto- 106x152 cm - olio su carta stagnola applicata su tessuto damascato - Courtesy dell'artista

I quadri di Alberto Storari sono belli. “Ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante”, per chiosare l’incipit del Mondo come Volontà e Rappresentazione dello Schopenhauer. Giudizio che contiene in sè un pericolo pressante, ‘chè per la vulgata critica corrente l’attribuzione di bellezza equivale al vuoto truismo dell’insipienza. Dire che i quadri di Alberto Storari sono belli significa molto. Essi rasentano il grandioso, il sublime stavo per dire. Quindi: belli son belli, ma non sublimi. Ora, prima di procurare un attacco di tachicardia agli eventuali lettori (in special modo allo Storari), verrà qui di seguito introdotta la tesi da argomentare. La fascinazione neutralmente complice di Alberto Storari per la temperie romantica, evocata dalla raffigurazione di relitti colossali spiaggiati e decontestualizzati come capricci nella realtà, fa correre il pensiero a un confronto col sentimento tipicamente romantico del Sublime, pietra di paragone per pensatori (Immanuel Kant e Edmund Burke dopo il Grande Precursore del Sublime, of course, lo Pseudo Longino) e pittori (i soliti noti, William Turner, Caspar David Friedrich et cetera). Ma quella dello Storari è una lettura personalissima del climax romantico: una rivisitazione neutralmene complice, si diceva poc’anzi, riattualizzata con gli occhi e i mezzi del ventunesimo secolo. Quanto al Sublime, orbene, sebbene intrinsecamente non rappresentabile, il sentimento dell’infinitamente grande e dell’infinitamente potente è fortemente evocato in questi quadri che raffigurano oggetti determinati e definiti, lasciando aperta la possibilità a una sorta di ermeneutica dei sensi, intrinsecamente soggettiva e proprio per questo proclive a un democratico approccio metateorico della conoscenza sensibile: pensare meno, pensare tutti. Un po’ di storia. Il testo da cui la cultura occidentale fa partire la vexata quaestio intorno al Sublime è, guarda caso, Il Sublime (Peri hypsous) dell’anonimo Pseudo Longino. Siamo nel primo secolo dopo Cristo e “sublime” è il nome attribuito al più alto fra gli stili dell’eloquenza, a quello stile che fra tutti è considerato il più grande e il più austero: nel suo trattato lo Pseudo Longino lo paragona all’eco di una grande anima, descrivendolo come una qualità tecnico/stilistica al servizio di un “alto sentire”. Occorrerà attendere il Seicento, con Nicolas Boileau, per incontrarne un’interpretazione legata a una categoria stricto sensu estetica (quindi non vincolata a una dimensione tecnico/stlistica), con cui andare a ricoprire l’ambito di ciò che desta meraviglia e stupore in virtù della sua infinita grandezza. Da questo momento il Sublime diventerà un concetto intimamente connesso all’idea del Bello, con cui si ergerà al vertice della riflessione sull’opera d’arte. Nella seconda metà del Settecento infatti l’irlandese Edmund Burke, il Cicerone britannico, affermerà, contro il soggettivismo del filosofo scozzese David Hume, l’oggettività delle regole dell’arte, facendole originare dalle connessioni fra sentimenti e oggetti naturali, alcuni dei quali fonte del sentimento del Bello e altri fonte del sentimento del Sublime. Una riflessione che Immanuel Kant avrebbe formalizzato nella sua Critica del Giudizio (1790), dove il Bello e il Sublime saranno considerati oggetti di un giudizio esteticamente puro, apratico e ateoretico, referenti di una contemplazione disinteressata, frutto di un’approvazione libera e non dettata da necessità pratica. Nell’ottica del pensatore di Königsberg, mentre il giudizio sul Bello riguarderà un oggetto delimitato e quindi dotato di forma, il giudizio sul Sublime si applicherà a un oggetto indeterminato e informe, basato sull’armonico contrasto fra immaginazione e ragione. Cosa non da poco, dal momento che nella prospettiva kantiana la ragione rappresenta la facoltà del non rappresentabile, vale a dire un’idea della ragione, intrinsecamente eccedente la sfera sensibile. Per Kant il Sublime sarà dunque l’esibizione di un’idea, occasionata dalla contemplazione di oggetti infinitamente grandi (il Sublime matematico) e infinitamente potenti (il Sublime dinamico), nell’armonico contrasto fra umiliazione dell’immaginazione (che non riesce a rappresentarsi ciò che eccede la sensibilità) ed esaltazione della ragione (che riscatta la finitudine dell’uomo indicandogli la sua destinazione sovrasensibile). Nel Sublime dunque l’immaginazione è quella facoltà che, letteralmente, riesce a trovare la figura o metafora di questo armonico contrasto, proiettando il sentimento sublime all’nterno di quell’evento terribile, di cui io sono lo spettatore, che ha il potere d’annullarmi. Ad esempio un naufragio.

Alberto Storari - Relitto - 2008 - 190x250 cm olio su carta stagnola applicata su tessuto damascato - Courtesy dell'artista

In fin del conto, il naufragio è l’elemento romantico per eccellenza. E i colossi spiaggiati di Alberto Storari, antagonisti della decadenza, contraltare del passato, residui spettrali di ciò che era, tradiscono una fascinazione per la dimensione romantica, riattualizzata al presente senza fare il verso agli illustri predecessori, inglesi o tedeschi che siano. Certo, il pensiero corre a Friedrich e Turner, ma il rapporto dello Storari con la materia riattualizza codesta fascinazione romantica, tutta proiettata su una superficie pittorica ricca, fatiscente, decadente e vissuta, da cui affiora un elemento ancestrale, come sopravvenisse al di sopra di una rete damascata di pensieri. Una superficie che rappresenta un percorso, una storia, una memoria sottopelle che interferisce con la pittura. E’ la nostalgia della presenza, lo stupore che vi sia qualcosa piuttosto che altro, un colosso segnato dal tempo arenatosi laddove prima era il mare, l’interpretazione semplice di questi relitti fossilizzati, carghi di memorie ed esperienze che serbano come in un sarcofago la reminiscenza del passato. Alberto Storari riporta così la memoria a una dimensione oggettuale, il relitto in emersione su una superficie damascata, caricando l’oggetto della raffigurazione di un valore tautologico: lo scafo spiaggiato che cita e descrive se stesso, facendo affiorare alla superficie la sua memoria e interferendo col presente (discorso che per altro si traspone all’essere umano: quello che sei e quello che eri). Un retroterra concettuale frutto di un metodo di lavoro ammantato di perizia artigianale, che consiste nella ricerca di tessuti damascati, selezionati fra i più “vissuti” e segnati da una storia. Premessa da cui prende l’abbrivio la fase strettamente compositiva: tiraggio dei tessuti sul telaio, argentatura (coma la doratura una volta), irrigidimento della tela per mezzo di collanti, applicazione della carta stagnola e successivo trattamento per garantirne l’adeguata satinatura.Una situazione di reciproco bilanciamento fre le “rughe”, in cui Alberto Storari mette le mani e parte, tracciando il colosso spiaggiato per progressiva sottrazione di forma fino al raggiungimento dell’equilibrio desiderato fra immagine e fondo.

Alberto Storari - Relitto - 2008 - olio sucarta stagnola applicata su tessuto damascato - 152x220 cm - Courtesy dell'artista

Una sorta di diminutio della complessione, giacchè Storari in certo senso dimentica la raffigurazione di quello scafo (come il quadro che raffigura lo spiaggiamento di una nave turca a Marina di Lesina, per esempio). L’allontana, perchè ciò che veramente conta non è la rappresentazione di quella cosa, ma l’evocazione dell’equilibrio precario di questa apparenza fantasmatica, persa nella sua stessa lontananza. Il pretesto iconografico è lì, esiste davvero. Ma la  memoria non va raccontata, bensì evocata. Un’opera di pittura, quella dello Storari, che affonda le proprie radici nelle Lettere (Joseph Conrad e Herman Melville sopra a tutti), ma che suggestiona scorribande anche nell’immaginario della Settima Arte (si pensi all’Avventura del Poseidon) e della realtà (lo stupefacente Lago d’Aral, fra l’Uzbekistan e il Kazakistan). E che, per la sua strenua volontà di evocare stupore e meraviglia («Arrivo a una spiaggia e mi trovo davanti agli occhi un colosso segnato dal tempo, perso nel nulla, laddove prima era il mare», Storari dixit, più o meno), si può accostare per reminiscenza -e con un po’ di licenza- al sentimento del Sublime tratteggiato poc’anzi, rinnovatosi ora nella contemplazione di quel gigantismo immobile e fuori dal tempo che, dall’alto della propria maestà carica di passato, sembra minacciare e stupire a un tempo l’osservatore.

Alberto Storari - Relitto - 2008 - olio su carta stagnola applicata su tessuto damascato 152x220 cm - Courtesy dell'artista

Ritroviamo quindi nell’opera dello Storari un senso del Sublime inedito, che sulla falsariga del Sublime dinamico di romantica memoria potremmo definire Sublime immobile: che è -e resta- uno pseudoconcetto, un’idea che, per la potenza iconologica ad essa sottesa, eccede la datità dei sensi senza trovare una sua adeguata oggettivazione, arenandosi agli umani approdi –troppo umani, per parafrasare Nietzsche- della Bellezza. Una lotta impari che, con lo Storari oggi, impegnò allora poeti, filosofi e pittori, tesi ad esprimere quel che forse il solo Giuseppe Ungaretti, sia pure in una dimensione spirituale differente, seppe esprimere con le quattro semplici parole, «M’illumino d’immenso».

PerCorsi EstraVaganti
Via A. Serpieri 17
47900 Rimini
0541 50510
percorsiartecontemporanea@gmail.com
www.percorsiestravaganti.it

www.albertostorari.it

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