LOGISCHE SYNTAX DER ZEICHEN

Maggio 2010 – Mario Giavino. Due stagioni – Siniscalco Arte -Milano

Mario Giavino - Senza titolo - 2009 - tempera su carta - Courtesy dell'artista

Quando si osserva la produzione di Mario Giavino sembra di accedere a una specie di grotta di Lascaux: il pensiero corre alle pitture parietali del lontanissimo Paleolitico, in quegli anfratti dell’attuale Dordogna dove i nostri avi preconizzarono la dimensione simbolica delle arti visive. Nell’opera di Giavino è infatti fortissimamente presente una componente che potremmo con disinvoltura definire primitiva, caratterizzata da un uso massivo e reiterato dei colori della terra (il rosso, il nero) che rende la ricerca del segno proclive alle dinamiche di un universo simbolico ancestrale. C’è tutto Mario Giavino, in questa mostra: dall’anteriore ricerca improntata a un uso incisivo del segno, dove il nero E’ il colore e il segno stesso esprime una prepotente affermazione del sè. Agli ultimi approdi del pittore milanese, con opere più rarefatte e meditate, quasi il sedimento di quanto finora realizzato lungo il percorso creativo, dove il segno nero, piuttosto che permanere, sopravviene sulla carta con intensità tranquilla e savia. Ma la componente primitiva fa parte di un unico discorso nella produzione del pittore milanese: una produzione che rientra in quell’estetica simbolica, fondata sul primato della visione immaginifica rispetto a quella concettuale, preconizzata dal kantiano Ernst Cassirer nel monumentale Philosophie der symbolischen Formen (Filosofia delle forme simboliche) ed esplicitamente tematizzata nei termini del simbolismo presentazionale della filosofa americana Susanna Katherina Langer. Un’estetica che permea di sè la pittura del segno (Mark Tobey, il  precursore. E poi Hans Hartung, Georges Mathieu, Wols), dove l’usuale relazione semiotica significato/significante si rovescia nel suo opposto: il significante precorre il significato, il segno nasce prima dell’oggetto per cui sta.

Mario Giavino - Senza titolo - 1995 - Tempera su carta - 50x70 cm - Courtesy dell'artista

Un segno che dice nulla, perchè la sua denotazione è di natura extraconcettuale. Una pittura del segno nata dunque su questa inversione semantica, per capire la quale viene alla mente quel Sinn und Bedeutung (Senso e significato) del logico tedesco Gottolob Frege, dove il significato è una cosa (l’oggetto per cui il termine sta) e il senso un’altra: il modo in cui il significato si dà, vale a dire il nostro punto di vista su quell’oggetto. Per questo motivo, quando osservo le carte di Mario Giavino, penso all’arte simbolica di un’umanità ancestrale, al linguaggio figurale che i nostri precursori tracciarono sulle pareti delle grotte di Lascaux e alle incisioni rupestri di quel popolo oscuro che furono i Camuni.Con tutto il portato di questa ricognizione dello spirito (“spirito” con la “s” minuscola, non siamo hegeliani): guardate che schiera di logici e pensatori e pittori occorre smobilitare per capire il “cifrario” di Mario Giavino. Ma poi, bisogna veramente “capirlo”, codesto cifrario? O non piuttosto “descriverlo”, esercitando quell’attività che Ludwig Wittgenstein riconosceva alla Filosofia, da lui equiparata in toto all’Estetica?

Mario Giavino - Senza titolo - 2008 - tempera e collage su carta - 16x11,5 cm - Courtesy Siniscalco Arte

Come dicevamo, c’è tutto Mario Giavino qui: opere storiche inedite e opere recenti, che testimoniano il graduale reindirizzamento del percorso creativo da un’iniziale temperie geometrica, dove la tassellatura si realizza come una texture che satura tutta la superficie, a una fase improntata a un più avvertito dialogo con lo spazio pittorico, dove l’opera si offre alla visione più rarefatta e tranquilla, idealmente affine (ma solo idealmente!) a certe sperimentazioni artistiche della pittura Sumiye, sorte di calligrammi d’inchiostro nero su carta riso molto istintivi e delicati. Si vedano ad esempio quei minimalia segnici che il Giavino ha battezzato Strappi, graffiti dai quali risalta non tanto il segno in sè, quanto piuttosto la sua memoria, come se l’idea del segno sopravvenisse sulla carta con forza tranquilla, piuttosto che emergere prepotentemente. In fin del conto, per Mario Giavino l’uso della carta è un pretesto (e questo è un altro elemento che permette di affiliarlo a determinate pratiche dell’arte orientale del segno): la carta è il suo supporto predileto in quanto illumina il percorso creativo. La carta è neutralmente complice con l’autore, produce grinze come fosse una superficie epidermica, crea rilievi, rende imprecisa la pennellata e altera i colori, occasiona una tramatura da cui scorgere forme (Forme Simboliche!), caricando la superficie di valori “organici”. Un mezzo espressivo certamente non di pregio: carta riciclata, aspra, “vissuta”, perchè solo il “vissuto” occasiona suggerimenti operativi.

Mario Giavino - Senza titolo - 1989 - Tempera su carta - 25x17.55 cm - Courtesy Siniscalco Arte

Un supporto su cui si sintetizza il segno, in una serie storico/stilistica che mostra  come il segno dapprima incisivo e intrinsecamente connesso al colore si rinnovi poi in una dimensione rarefatta e informale, dove assolve a un ruolo meno decisivo del passato. Ma sempre tetragono all’opera di facchinaggio della spiegazione. Perchè questo è il linguaggio simbolico di un’estetica extraconcettuale e presentazionale, piuttosto che rappresentativa. Ludwig Wittgenstein ce l’ha insegnato: la Filosofia, essendo meramente descrittiva, non spiega un bel niente. E’ piuttosto connessa all’Estetica, dove la spiegazione prende la forma di una descrizione: entrambe descrivono in un modo diverso un oggetto descrivendone altri ad esso somiglianti. Così è tutto più semplice e umano. Nelle Note sul “Ramo d’oro” di Frazer, un libretto in cui Wittgenstein condensò le proprie annotazioni intorno all’opera del noto antropologo sir James George Frazer, il filosofo austriaco stigmatizzava il metodo dello studioso scozzese prendendosela con l’abitudine, condivisa insieme ai “colleghi” (studiosi delle religioni, biologi, psicanalisti), di credere in quella che potremmo chiamare la fallacia causale, ovvero la volontà di spiegare certe pratiche dell’universo simbolico primitivo ricercandone le cause, nello sforzo di giungere a una spiegazione causale di quelle cose. Quando invece l’analogia e l’accostamento illuminante, metodi che consistono nel prendere in considerazione esempi differenti in campi differenti, avrebbero permesso di vedere fino a che punto fosse facile riscontrare nel nostro linguaggio naturale e nella nostra vita quotidiana le recondite armonie che erano – sono tuttora – gli equivalenti a noi familiari di quelle pratiche ritenute bizzarre. Recondite armonie connaturate a specifiche forme di vita (Lebensform), giochi linguistici dell’azione storica, sociale e culturale umana. E il linguaggio, l’etica, la religione e l’opera d’arte sono quelle realtà che, posto che le si preservi da un’idealizzazione via spiegazione causale, esercitano una precisa funzione all’interno delle nostre forme di vita, il cui statuto per dir così “civile” va semplicemente descritto e non spiegato. Sebbene Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus (e con lui, anche se in maniera radicalmente difforme, quel Rudolf Carnap della Logische Syntax der SpracheLa sintassi logica del linguaggio) avesse riconosciuto nel linguaggio verofunzionale (nel senso, un cosa o è vera o è falsa) l’unica fonte di conoscenza essendo l’unico che ci fosse dato comprendere, vedeva d’altro canto nel cosiddetto Mistico (das Mystiche) la via d’accesso alla conoscenza di tutto ciò che non si può dire con il simbolismo discorsivo del linguaggio naturale. In fin del conto, quella di Wittgenstein era una Filosofia (e un’Estetica!) che potremmo dire rappresentazionale, basata com’era sull’idea che il linguaggio (TUTTO il linguaggio, anche la proposizione che “mostra” che il gatto ronfa sulla poltrona) fosse essenzialmente un’immagine di stati di cose. Un simbolismo che fa fare al pensiero scorribande intellettuali, favorendo un accostamento inedito a quel simbolismo presentazionale della succitata Susanna Katherina Langer (formatasi su Wittgenstein e divulgatrice di Ernst Cassirer), che nel suo Philosophy in a new key (e più esplicitamente in Feeling and Form) riteneva che anche attraverso il codice simbolico non discorsivo delle arti visive fosse possibile l’espressione di un tipo di conoscenza diverso ma non meno efficace di quella basata sui valori verofunzionali del simbolismo discorsivo.

Mario Giavino - Senza titolo - 2001 - tecnica mista e collage su carta - 70x50 cm - Courtesy Siniscalco Arte

Una chiara rivendicazione della potenza “iconologica” di espressioni simboliche dai contenuti archetipici come i segni di Mario Giavino, connaturati alla ricorsività di vari moduli grafici dai valori epistemici estranei ai rimandi esplicativi diretti e univoci dei valori verofunzionali. Stiamo parlando insomma di espressioni simboliche tipiche della pittura del segno, come le “forchette” di Giuseppe Capogrossi e i “grafemi” di Iulius Bissier, presentativi piuttosto che discorsivi. Il valore simbolico dell’arte, per la Langer, non rimandava allo schematismo tipico del simbolismo descrittivo del linguaggio significante (ancora, una cosa o è vera o falsa), bensì alla significanza polisemica di una razionalità “creativa”, considerata come intuizione (Insight) che si lasciava alle spalle la fissità della denotazione vero/falso della razionalità “ordinaria”. Cosa volessero dire in fin del conto le “forchette” di Capogrossi, forse solo lui lo sapeva, perchè la validità deli suoi “grafemi” prescindeva dall’esistenza o meno di oggetti e teorie scientifiche. Un po’ come la Filosofia secondo Wittgenstein, un’Estetica che non deve spiegare un bel niente. Che ritroviamo in queste carte di Mario Giavino. Sintagmi non denotativi. Sintesi del segno. Generatore non più unico del senso dell’opera. E non soggetto a spiegazione. Giacchè il segno, tanto più è forte, quanto più comunica. E’ il suo linguaggio simbolico, strettamente affine all’universo patetico del pensar per immagini dell’umanità ancestrale. Questo ne è il significato, polisemico e proteiforme. Questa è la sintassi logica del segno in Mario Giavino.

Siniscalco Arte
Via Friuli 34
20135, Milano
+39 02 55199958
p.siniscalco@siniscalcoarte.com
www.siniscalcoarte.com

www.mariogiavino.it

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