VIAGGIO DEL CORPO ED EURISTICA DELL’OGGETTO. D’ARTE

Bologna – BTF Gallery –  Arte Fiera Off – Gennaio 2011


Inizieremo con l’affrontare lo statuto epistemologico dell’opera d’arte. Successivamente prenderemo in considerazione l’altro corno del dilemma, il corpo. E vedremo come l’uno e l’altro siano concetti surdeterminati e in divenire, secondo una logica dell’erranza che li attraversa entrambi in costante mutamento.

Un abbrivio così dirompente per il suo ingresso in medias res – e al contempo senza mediazioni! – può di primo acchito fuorviare dall’argomento del contendere: stiamo parlando d’arte visiva e chiamare in causa lo statuto della conoscenza fa pensare piuttosto a un contesto intimamente connesso con l’impresa scientifica e con l’accertamento delle verità nel mondo là fuori. Ma l’opera d’arte coinvolge senso e intelletto e in fin del conto l’Estetica, regno della conoscenza sensibile, scendendo a patti con l’opera d’arte dal punto di vista metateorico permette di vedere «cose che voi umani non potreste immaginarvi».

Dunque, l’inquadramento di quell’oggetto descritto e definito come opera d’arte è un problema che coinvolge non solo il nostro modo di relazionarci ad esso dal punto di vista percettivo, ma chiama in causa anche quelle dinamiche per dir così gnoseologiche che presiedono a siffatto incontro.

Che cos’è un’opera d’arte? Questo oggetto è votato a una vera e propria precarietà ontologica e Marcel Duchamp, artista oltre che filosofo, si pose esattamente questa domanda quando iniziò a esporre cessi e scolabottiglie.

Si potrebbe dire, con uno slogan, che il contesto fa l’opera d’arte. Il che è giusto, ma non basta. Infatti, se io ponessi ad esempio un mio disegno al centro di un white cube – ma, proprio perchè il contesto ha la sua importanza, anche la corte di un palazzo o una fabbrica dismessa farebbero all’uopo -, non sarei in grado di convincere gli astanti che essi in quel momento si trovano di fronte proprio a un’opera d’arte. Infatti io non sono un artista e parlo un linguaggio differente: uno stato di cose che si riflette pesantemente sul mio oggetto. Che non è un’opera d’arte, non per motivi stricto sensu d’ordine estetico, ma piuttosto perchè non veicola significati: diciamo, non stimola alla significazione.

C’entrano nulla i vecchi arnesi della Semiotica e dello Strutturalismo. Siamo noi a tributare un’opera d’arte come tale. Certo, artista e gallerista ci mettono del proprio, ma di fronte a un oggetto d’arte noi siamo tutti spettatori. E molto interessati. Al punto di investirlo di significati che noi tutti condividiamo, facitori e fruitori della medesima opera e nel medesimo tempo, appartenenti a quella precisa temperie culturale che è l’epoca in cui viviamo.

Alois Riegl disse che ogni opera d’arte è all’altezza della sua epoca. Si consideri la scultura No che Santiago Sierra ha utilizzato come epitome del suo No, Global Tour: lo sappiamo tutti, ma proprio tutti, che se da un lato quelle due lettere raffigurano una parola, dall’altro l’opera nel suo complessa rappresenta una presa di posizione culturale che investe di sé la contemporaneità. E lo sappiamo perchè, membri di un preciso universo culturale di riferimento, disponiamo di un potere significante condiviso (questo naturalmente vale ab aeterno, anche se l’approccio a forme d’arte di epoche e culture non appartenenti alla nostra può risultare non facile). In un certo senso, noi concorriamo alla realizzazione dell’opera d’arte. E vi concorriamo perfino quando guardiamo un incidente automoblilstico (J.P. Ballard col suo romanzo Crash vi ricorda qualcosa?): siamo sempre noi a tributare di valore estetico ciò che è di per sè anestetico (non: inestetico!, ‘chè anche i mostri governano nel regno dell’Estetica).

Dunque, potere alla significanza! –e alla transumanza, dei concetti.

Infatti questa mostra è basata sull’erranza di un concetto e, conseguentemente, sullo slittamento semantico/interpretativo che si realizza all’interno del rapporto soggetto–oggetto (d’arte) durante l’incontro fra osservatore e osservato. I nove artisti coinvolti nel progetto In corpo. Dalla performance al video muovono tutti da esperienze d’arte performativa e nella performance trovano la raison d’être della propria ricerca. Ma in questa occasione la loro opera ha subìto – subìto nel senso invasivo del termine, proprio come quando si effettua un intervento chirurgico – una sorta di viaggio semantico, con l’ascensione, dal terreno scabro della performance, al cielo etereo del video. Favorendo così una sorta di euristica dell’opera d’arte,che mette in moto una serie di meccanismi percettivi e interpretativi relativi all’oggetto che si sta osservando, non solo hic et nunc, ma sempre e comunque.

Accantonando per il momento il contenuto informativo delle singole opere, osserviamo che esse sono andate incontro a un vero e proprio viaggio: da esperienze performative che esistono solo e soltanto nel tempo del loro realizzarsi (e che risorgono per reminiscenza, consegnandosi alla sopravvenienza nella memoria), tornano a una loro effettiva “realtà”. Ora, dal momento che – ahinoi – non siamo animisti, riaffermiamo quanto detto prima: un’opera d’arte non è mai tale in sé e per sé bensì per noi. Ma allora il medium che favorisce questa sorta di “trasbordo” – ontico e ontologico!, dal momento che non abbiamo a che fare soltanto col cielo iperuranio dell’astrazione, ma anche con…oggetti in carne e ossa! – è un’opera a sé stante o assolve invece a una funzione in special modo di tipo documentale? Qual è l’oggetto in mostra? La performance dell’artista o il relativo video? O entrambi? E se lo sono entrambi, qual è lo scarto eidetico che li differenzia, posto che ve ne sia uno? Insomma, abbiamo noi a che fare con un Giano bifronte?

Ciò non vuol esser nulla più che una proposta, caricata della forza sufficiente per mantenerla a distanza di sicurezza rispetto alla doxa, l’opinione-che-in-quanto-tale-è-altamente-opinabile.

Se io acquistassi un’opera d’arte sentirei di acquistare, oltre all’oggetto fisico realizzato dall’artista, un frammento della sua anima. Di conseguenza, se la “fisicità” dell’opera ha la sua importanza fondamentale (con tutto quel che m’è costata, fra l’altro), cionondimeno anche l’aspetto per dir così “spirituale” del possesso ha ragioni profonde. Questo è un rapporto che in verità si realizza anche – e soprattutto – attraverso il semplice incontro (l’incontro fra osservatore e osservato di cui si parlava poco fa) con l’opera, con effetti a volte riposanti a volte inquietanti (si pensi alla cosiddetta sindrome di Stendhal).

In un caso e nell’altro, si tratti di incontro filosofico o di incontro commerciale, qualcosa avviene. Cosa, non è dato sapere con esattezza. Come non possiamo rispondere, in maniera ultima e definitiva, alla domanda intorno allo statuto epistemologico dell’opera d’arte: non vi riuscì Duchamp, vogliamo sfangarla noi che siamo nani cresciuti sulle spalle dei giganti?

Sicuramente, come dicevano i filosofi del Settecento, la Bellezza è un certo je ne sais quoi. E con ogni probabilità questa ineffabilità investe di sé anche la questione relativa al cos’è dell’opera d’arte (del resto, hanno iniziato a filosofare con Talete e non hanno ancora smesso).

Ma proprio perchè l’opera d’arte non è ammantata di alcun alone di misticismo e quindi non è tale in sé e per sé ma lo diventa per noi, la domanda sulla condizione estetica ed epistemica delle opere di questi nove artisti ha una sola risposta: “les jeux PAS sont faits!

Finora abbiamo sviscerato quello che è il complemento del titolo della mostra. Il cui oggetto muove dal corpo. E, diversamente da quel che accade ai comuni mortali, in questa sede il corpo ce lo teniamo. Che, insieme all’opera d’arte, va incontro a un medesimo slittamento semantico. Di fatto, ci troviamo di fronte a differenti declinazioni del corpo che si devono racchiudere nell’idea di corporeità. Non è una questione di lana caprina: tanti artisti, quanti “valori sematici” del mezzo espressivo. Ma il circolo che tutti li racchiude è il concetto di corporeità, che viene dunque ad essere l’intima essenza di queste differenti modalità che ricorrono al medesimo organon.

Mona Lisa Tina – Skin Borders – Still da video – Courtesy dell’artsista

Abbiamo allora il corpo in quanto oggetto utopico di Mona Lisa Tina, basata sul superamento delle gabbie identitarie e sulla pratica di liberazione dal regime di polizia identitaria da noi stessi introiettato, secondo uno schema che vede nell’alchimia e nell’utopia (in corpo!) la premessa per un processo rivoluzionario,che è anche e soprattutto la trasformazione del sé polimorfo e perverso secondo possibilità onnilaterali.

Alessia De Montis – Wasted Culture – Veduta dell’installazione – Courtesy dell’artista

Un’ansia di liberazione che, sotto rispetti differenti, dà l’impronta di sé al lavoro di Alessia De Montis, dove l’esperienza è davvero in corpo: un’opera/luogo di trasmissione di umori, espressione della deiezione della cultura conculcata e offesa ed epitome della fiera gettatezza cui si consegna il diverso, nella fattispecie il dissidente del sistema culturale, colui che, dal sistema, è rifiutato ed evacuato: dalla terra dei culi, dove i marginalia della cultura deiettati ai nostri piedi fanno mostra di sé, al cielo delle teste pensanti, emergenti nell’aere da un WC.

Rita Vitali Rosati – Mastica e sputa – Still da video – Courtesy Sponge Arte Contemporanea

Un’estrusione che si ripete nell’azione di Rita Vitali Rosati, disagio del corpo – e della civiltà?che introietta e rifiuta i paraphernalia offerti con insistenza sulla tavola imbandita della contemporaneità.

Tiziana Contino – Blow Out-Concerto per rabbia – Still da video – Courtesy dell’artista

Condizione di alienazione – e ansia di superamento della medesima – che ritroviamo nel lavoro di Tiziana Contino, dove i corpi sono l’altro da sé, ciò che percepiamo come diverso: non necessariamente e non soltanto nel senso del genere, anche se l’ottica attraverso la quale abbiamo inquadrato lo slittamento semantico del concetto di opera d’arte e il transitare del concetto di corpo nelle varie declinazioni legittimano precisamente un approccio all’attraversamento del genere!

Claudia Gambadoro - Transitos - Still da video - Courtesy dell'artista

Un transire che impronta di sé l’azione di Claudia Gambadoro,eterotopia del corpo in cui  l’attraversamento dei corpi prende la forma dell’agire nomadico e deterritorializzato proclive a quella geofilosofia o geografia dei saperi tematizzata da Gilles Deleuze & Felix Guattari.

Un transire che eccede anche NEL genere, rinnovando l’opposizione alle gabbie identitarie precedentemente accennate e occasionando la dismissione del sistema del rifiuto – ancora! – al fine di sviluppare una pratica corale di apertura onnilaterale.

Miriam Secco – Parcae – Still da video – Courtesy dell’artista

Perchè la persona è una stratificazione di molti sé dall’identità surdeterminata, condition humaine esemplificata dalle tre Parche di Miriam Secco che ne tessono l’irreversibilità destinale, attraverso una logica non di rifiuto bensì di virile accettazione di quello che è l’ordine naturale delle cose iuxta propria principia.

Giovanni Gaggia- Esisti per Dio – Still da video – Courtesy dell’artista

E’ il “canto” della Natura che, nell’azione di Giovanni Gaggia, si riprende il suo spazio, secondo uno schema che condivide con Miriam Secco un’attitudine ritualitica dell’esperienza performativa e con Walt Whitman, poeta della natura, un senso di rinascita e riappropriazione («Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano», Walt Whitman, Foglie d’erba). Canto della natura, canto dei sensi.

Domenico Buzzetti – perceptionz – Still da video – Courtesy dell’artista

Come la relazione con la sensibiltà che si determina nelle opere video di Domenico Buzzetti, dove l’attenzione è concentrata in special modo sulla percezione uditiva nella condizione di riposo del corpo – questo corpo reattivo come volontà di potenza alla sollecitazione dell’istinto a sopravvivere – e di Massimo Bottino, vera e propria fenomenologia di un corpo da suono, dove «solo la testa, la maschera, il volto si disegnano nello sguardo gelido della tecnologia, offrendosi come testimonianza agita dell’accadere del vivente».

Max Bottino – Ascolto-Tre movimenti – Still da video – Courtesy dell’artista

Unerranza del corpo, dunque: uno slittamento semantico che investe di sé l’oggetto soggetto di questa mostra, il viaggio di un mezzo espressivo dalla performance al video attraverso le declinazioni di nove artisti differenti per formazione e orientamento. Un attraversamento del corpo che mette altresì in discussione lo statuto epistemico del codex espressivo  – performance, video -, oggetto d’arte la cui intima essenza è surdeterminata quanto il concetto di corpo: una costellazione di determinazioni evidentemente tetragone alla griglia identitaria della logopedia castrante.

BT’F gallery
via Castiglione 35
40124 Bologna
Tel.: +39 340 2529265 / +39 333 3487044
www.btfgallery.com

 

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