LA VIDA ES SUEÑO

Federico Rui Arte Contemporanea – Claudio Bonichi. Il teatro di sogni – Marzo 2011

Claudio Bonichi - Anatomia di una pera - 1998 - olio su tela - 35 x 50 cm - Courtesy Federico Rui Arte Contemporanea

“«Il mondo è mia rappresentazione»: – questa è una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, sebbene l’uomo soltanto sia capace d’accoglierla nella riflessa, astratta autocoscienza; e s’egli veramente fa questo, con ciò è penetrata in lui la meditazione filosofica. Per lui diventa allora chiaro e ben certo, ch’egli non conosce nè il sole nè la terra, ma appena un occhio, il quale vede un sole, una mano, la quale sente una terra; che il mondo da cui è circondato non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a colui che rappresenta, il quale è lui stesso”.

Così Arthur Schopenhauer nel Libro Primo del suo capolavoro, Il mondo come Volontà e rappresentazione (Die Welt als Wille und Vorstellung: che potenza il Tedesco!, 1819), dove riafferma il mistero dei misteri circa la realtà del mondo esterno: l’oggetto che sta davanti a me non lo conoscerò mai nella sua intima essenza, ma sarà sempre un oggetto fatto così e così per le mie limitate facoltà conoscitive. Sartre direbbe che codesto oggetto è un oggetto per me. E Calderón de la Barca, l’ultimo cantore del Siglo de Oro spagnolo e mentore di Schopenhauer – che lo cita a più riprese nel suo mondo come Volontà e rappresentazione –, direbbe che la vita è sogno.

Provatelo da voi stessi. Osservate un tavolo: lo vedrete secondo un determinato punto di vista, in virtù del quale vi sembrerà di colore nero, di forma rettangolare e dalla superficie liscia, caratteristiche che cambieranno non appena cambierà il vostro punto di osservazione. Allora quel tavolo non sarà più uniformemente nero, ma la diversa inclinazione della luce vi farà scorgere riflessi più chiari su zone differenti che di volta in volta faranno sembrare questo benedetto tavolo tutt’altro che nero, mentre il mutamento di prospettiva vi renderà la sua forma in maniera più articolata che non un semplice rettangolo. Se poi vi armerete di un microscopio vedrete porosità e avvallamenti che vi faranno cambiare idea sulla linearità della superficie che poc’anzi oservavate. Non possiamo conoscerlo, il tavolo in sè e per sè. Cosa sarà mai, la sua intima essenza, il suo esser-tavolo? E badate, questo non è che un semplice esempio a illustrazione dell’idealismo gnoseologico adottato da quella vecchia volpe della filosofia che fu Bertrand Russell.

Ci arrivarono anche i dipintori, gl’Impressionisti prima e Cézanne poi, che con la sua Montagna Sainte-Victoire diede in certo senso l’abbrivio alla cattura picassiana dell’oggetto nella sua onnilateralità, mentre Giorgio Morandi dipinse per tutta la vita lo stesso quadro alla ricerca della bottiglità. Sì, perchè l’oggetto in sè e per sè, nella sua intima essenza, nessuno lo coglierà mai, nè il più acuto dei pensatori nè il più agile fra i dipintori. Abbiamo solo ombre, solo tante datità sensibili, tanti modi di darsi dell’oggetto al nostro sguardo. E non è poco. Anzi, è tutto ciò che abbiamo.

Donde proviene la voglia di dipingere? Perchè si dipinge un quadro piuttosto che un altro? Forse perchè all’improvviso si realizza uno scontro/incontro con un soggetto che, come uno specchio, ti assomiglia – o tu somigli a lui. Ancora e sempre,

“[…]il soggetto è dunque che porta in sè il mondo; è l’universale, ognora presupposta condizione d’ogni fenomeno di ogni oggetto: perchè ciò che esiste, non esiste se non per il soggetto”

(Arthur Schopenhauer, Il mondo come Volontà e rappresentazione).

Claudio Bonichi - Conversazione interrotta - 2010 - olio su tavola - Courtesy Federico Rui Arte Contemporanea

Un dettaglio ti colpisce, per esempio un’intonatura di colore. E questo dettaglio sarà costantemente cangiante, sottoposto alle leggi degli oggetti che vigono nel tempo e nello spazio. E paradossalmente l’oggetto resterà sempre lì, così com’è, apparentemente fisso e uguale a sè stesso. Terminus ad quem che impronta di sè la produzione di Claudio Bonichi, il quale dipinge il soggetto1 esattamente com’è al fine di catturarne l’impronta emozionale diretta. Ma mica si ferma qui, il Bonichi. Altrimenti, cosa lo distinguerebbe da un pittoraccio dei Navigli?

Bonichi non traguarda il soggetto, non lo ritrae, non lo dipinge: il suo è piuttosto un lavoro sulla memoria del soggetto. E’ il coglimento del suo darsi così e così nella casualità di quel momento. Il soggetto è in certo modo casuale, non nel senso dell’arbitrarietà della scelta, ma in quanto il soggetto stesso è ontologicamente casuale: esso è sempre e solo un oggetto per me che si dà così e così alle mie facoltà conoscitive con accenti e dettagli che mi si offrono solo e soltanto in quel particolare momento – «Attimo, fermati. Sei bello!», dice Faust a Mefistofele nel dramma goethiano. E Bonichi sembra proprio voler cogliere quell’attimo in cui il visibile si dà in tutto il suo splendore, bagnato dalla luce naturale delle condizioni di spontaneità in cui esso sta.

Come per il non detto di Ludwig Wittgenstein, ciò che veramente conta nell’opera di Claudio Bonichi è il non fatto: muove da una pulsione iniziale e il quadro nasce per partenogenesi. «Come altri mille pittori», bercerà il lettore sussiegoso. Ma v’è questo, che rende il Bonichi un unicum nel panorama pittorico italiano e non solo (ahilui, la perfida Albione sarebbe stata più prodiga d’affetti dell’ingrata Italia): v’è sempre uno scarto, fra l’intenzione iniziale e il risultato finale. E questo residuo estetico ed “esistentivo” è proprio l’autore dell’opera, che sopravviene nel quadro come una sorta di autocitazione. Come il regista che ha il vezzo di citar se stesso apparendo nel film in maniera fuggevole (Dario Argento si autocitava riprendendo i guantacci neri dell’assassino che egli stesso indossava!), Claudio Bonichi deposita la propria impronta spirituale esattamente sulla vaporosità degli sfondi che realizza per stratificazioni e velature. E questa vaporosità, questa atmofericità direbbe Gillo Dorfles, rappresenta esattamente la parte più importante nell’opera di Claudio Bonichi. Uno spontaneismo disarmato, in cui armonia compositiva e ritmo crescono naturaliter, mentre ciò che resta è, da un lato, l’impronta emozionale diretta di quel particolare soggetto catturato in quel casuale momento del tempo e luogo dello spazio. Dall’altro, il residuo spirituale fra intenzione iniziale ed esito finale che, heri dicebamus, muove da uno scontro/incontro con un soggetto che, come uno specchio, ti assomiglia.

Quella di Claudio Bonichi è allora decisamente una pittura intima – non: intimista! -, occasionata da un’esuberante sensibilità e basata – sembra un paradosso – su un linguaggio minimamente descrittivo. A tratti pare un post metafisico, ora sembra un surrealista, altrove dà l’impressione di seguir la strada dei fratelli De Chirico. Osservazioni che in raltà non hanno importanza. Perchè, quando si ficcano gli occhi in un quadro di Bonichi, ci si balocca con le immagini figurando un intenso piacere della pittura. Una pittura conturbata da un afflato sensuale, carnale oseremmo dire, verso la materia e l’immagine – si vedano opere come Conversazione interrotta, preclaro esempio del piacere del dipingere par la sua vibrante matericità, e Dietro la maschera, dove il corporeo del soggetto cela dietro a sè il principium individuationis della pittura bonichiana, quella casualità che coglie il soggetto nella sua unica e irripetibile spontanea datità.

Claudio Bonichi - Dietro la maschera - 2008 - olio su tela - 90 x 100 cm - Courtesy Federico Rui Arte Contemporanea

E’ la pintura del soggetto esattamente così come appare, nell’apparenza ingannevole eppure vera di quel teatro dei sogni che è il fantasmatico mondo là fuori, di sogno e parvenze preziose per noi, dove Bonichi pensa e agisce proprio come un pittore che gode di quel che dipinge. Del tutto alieno dai secchioni annoiati da se stessi, eppure forte di sane – e ricercate – letture che toccano solo apprentemente a latere le arti visive. Oltre ai quadri, gli ho guardato anche i libri, dopo l’incontro pantagruelico di pasta, vino bianco e sigarette nella sua casa/studio romana, un giorno in cui un sole precocemente caldo illuminava il meriggio a primavera.

NOTA

1. Qui chiaramente per “soggetto” s’intende il soggetto del quadro, non il soggetto conoscente della diade soggetto/oggetto

Claudio Bonichi - Foglie d'autunno - 2010 - olio su tela - 40 x 50 cm - Courtesy Federico Rui Arte Contemporanea

Federico Rui Arte Contemporanea
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Claudio Bonichi - Uva dell'orto - 2010 - olio su tavola - 35 x 70 cm - Courtesy Federico Rui Arte Contemporanea

ADDENDA:

Lo stesso artista racconta così la sua pittura nel testo a latere della mostra La vita è sogno (edizioni Skira,1998): “Mi seggo nello studio davanti al cavalletto, sul tavolino c’è una piccola mela bacata, accesa di colori: domani sarà sfatta e mi chiede di essere ricordata; la dipingo meglio che posso, credo di aver dipinto una mela, la chiamano natura morta, e invece mi assomiglia, è il mio ritratto. Ma quando dipingo penso a tutte queste cose? No. Quando dipingo un quadro non penso nulla di tutto questo. Ogni quadro è come se fosse il primo: non ci sono certezze, teorie o programmi di sorta. Dipingere diventa una specie di gioco d’amore con il soggetto che esclude la mente; l’occhio controlla, ma sono i sensi che guidano i gesti, una sorta di istinto. (…) La memoria trasforma le cose, qualsiasi sia la loro natura, in una materia impalpabile che non conosce i confini tra verità e finzione, tra passato e presente, tra vivente e non vivente: una materia davvero simile a quella di cui sono fatti i sogni.”

Maurizio Fagiolo dell’Arco così scriveva nel catalogo Bonichi pittore, edito da Allemandi nel 1990: “Ogni quadro è legato alla memoria. Anche quella pera o il fungo dipinti nella natura morta, anche il corpo nudo intravisto nelle fantasie dell’adolescenza, perfino la stregoneria individuata nel capriccio. Nel labirinto dei ricordi la memoria è un filo d’Arianna che trasforma quel labirinto in museo. Perchè, in fondo, Mnemosine non fa altro che rivelare il problema del Tempo: il passato è prossimo, il futuro è presente, il presente è passato.”

Figura di prestigio internazionale, Claudio Bonichi è considerato uno degli esponenti più interessanti della Nuova Metafisica: oltre che in Italia, ha esposto in importanti sedi pubbliche e private in Olanda, Danimarca, Germania, Giappone, Canada, Francia, Belgio,Spagna, dove è considerato un caposcuola. Fondamentale è per Bonichi l’incontro avvenuto a Milano nel 1980 con Alfredo Paglione, con il quale nasce una collaborazione durata oltre vent’anni. Tra le mostre si ricordano: La vita è sogno, (Galleria Appiani Arte, Milano, 1999); El Teatro de la Memoria (Galeria Juan Gris, Madrid, 2002); Natures Mortes (Galeria Artur Ramon, Barcelona, 2002). Dal 2003 al 2004 espone in gallerie e musei a Sao Paulo, Belo Horizonte, Santo André e Fortaleza. Sono del 2005 la mostra ed il libro Renata e lo Specchio, (Galleria Tricromia, Roma) e L’Araba Fenice, (Galleria Lo Spazio, Brescia). Nel 2006, per i cento anni dalla nascita di Luchino Visconti, realizza la mostra La Casa dei Giochi (Fondazione la Colombaia, Ischia) e Renata ante el Mirall, (Galeria Toc’D’Art, Barcelona). Sempre nel 2006, per il Ministero degli Esteri partecipa alla mostra MYTHOS, itininerante nei musei di Atene, Cipro, Tirana, Montecarlo.

Tra le esposizioni più recenti si ricordano ancora: Oltre l’oggetto (Museo Michetti, 2007); Bellissima. Visconti (e) il Contemporaneo (Maschio Angioino, Napoli, 2008); L’essenza invisibile, (Museo Nazionale di Palazzo Lanfranchi, Matera, 2008); Viaggio Metafisico (Museo Civico Complesso Monumentale Santa Maria del Rifugio, Cava de’ Tirreni, 2010).

 

 

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