CHRISTIAN ZUCCONI | LEVIATHAN | MILANO

Come e perché l’Uomo è una razza in via di apparizione

Introibo ad altare Dei.

Per rubare le parole a John Wilmot nel monologo iniziale di The Libertine,

non credo che vi piacerò. Non vi piacerò affatto! Non vi piacerò ora e vi piacerò ancor meno in seguito

Qui si parla dell’Uomo, con la U maiuscola, a enfatizzare non un polo del sesso a discapito dell’altro, ma a denotare un concetto, che come tutti i concetti è universale e se ne fotte dell’identità di genere. Quindi, si diano una calmata fin da ora le suffragette.

Lungo la navata centrale di questa chiesa scrostata e sfaldata sarete accolti da una teoria di tipi umani, fissati nell’eternità dalla cenere che totalmente li copre, riprodotti su massicci pannelli fotografici che pendono dal soffitto. Alla Vostra sinistra la Stanza della Riproduzione Mancata, con la raffigurazione visuale di un’iconostasi invertita e due sculture: una Vergine prosciugata e un parto immondo. Mentre alla Vostra destra, la Stanza della Costrizione, un Cristo-che-non-s’è-fatto-Uomo-e-non-è-uomo e appeso in una gabbia come la vittima d’un carnefice abietto Vi magnificherà le sorti della teologia politica: qui, due corpi indistinti e montati l’uno sull’altro non serviranno ad altro che ad accompagnarVi nella Stanza dell’Identità, dove un rebis alchemico, frutto del matrimonio degli opposti, un corpo scultoreo né maschio né femmina, con un osso collocato in quella che è la sede dell’apparato riproduttivo, Vi rimembrerà che la sessualità è un habitus che s’indossa come una pelle. La stessa che vedrete appesa a un chiodo, pelle di travertino persiano, pelle dell’Uomo che viene tolto da se stesso.

Perché questa mostra delle atrocità1  è una mostra sull’Uomo. E’ un’antropologia inedita. Un’iconologia dell’inquietudine e una filosofia per immagini e opere di carattere materialista e sensista. Potentemente e potenzialmente rivoluzionaria, con tutto il portato “diabolico” del termine “rivoluzione”. Diabolus in ecclesia.

L’epoca attuale è un momento storico contrassegnato dal vuoto esistenziale che non può essere vissuto, letto, interpretato con immagini formalmente belle: come poter dire una cosa sgradevole con un’immagine gradevole? Meglio la sincerità di immagini “forti” con cui dare forma e sostanza al pensiero debole di questa post-post modernità contrassegnata dalla crisi di un Uomo che ha smarrito se stesso: qui, i corpi che vedete sono carne scarnificata, rotta dentro, spolpata dei muscoli come un ramo secco, ferita, sanguinante come il travertino persiano, appesa come carne da macello, appesa come un Cristo de-santificato. L’uomo occidentale versa in uno stato catatonico, de-frammentato, schizofrenico e Christian Zucconi non fa che ricomporre ciò che è frammento: le sue sculture e le sue fotografie ci dicono «Questo sei tu».

Ciò che si evince fin da subito, una volta che si sia varcata la soglia di questa chiesa sconsacrata, di fronte ai grandi pannelli fotografici che raffigurano dei tipi umani, non i tipi psicologici di Jung, perché l’uomo è marcio dentro e non v’è un cazzo da contemplare, ma i tipi corporei, perché il corpo è bello, forse sporco, ma bello: il progetto fotografico Cenere, espressione sotto altro mezzo della stessa ricerca dello scultore Christian Zucconi, denota un quasi-ricordo, l’abbandono, nella fattispecie la classicità perduta dell’essere umano contemporaneo, classicità di cui è pur figlio. De-frammentato, perso e non più ri-trovato, ma fissato ab aeterno nella posa plastica della malinconia.

Il riferimento iconografico è alle ceramiche attiche, i corpi sono coperti di nero come cenere e stanno lì, fissi e sussistenti su uno sfondo rosso pompeiano in una marmorizzazione lavica ex post a denotare il senso del corpo classico, una differAnza, nell’economia espositiva della mostra, dello stesso concetto di fondo: l’uomo, il corpo, la carne.

Come nel linguaggio delle sculture assistiamo al superamento del concetto michelangiolesco del blocco unico, così l’ostensione della serie fotografica Cenere vuole significare il concetto di “uomo” che l’età umanistico-rinascimentale – quindi l’epoca anteriore al Rinascimento – rinnovò dopo il Medioevo (se non l’avete già fatto, andatevi a leggere Lorenzo Valla). Cosa resta, nell’Uomo, della cultura classica di cui egli stesso è figlio? Non lo sa, stenta a riconoscere sé, non vede e non-si-vede. Da qui, il senso delle bende sugli occhi.

Da qui, l’esposizione di variegati tipi umani, a denotare il senso dell’umanità tutta: la moltitudine in una sola persona, simbolizzata dal Leviatano, rappresentazione mitica che diede il nome al trattato teologico politico del filosofo Thomas Hobbes (il quale, come tutti i buoni filosofi, ebbe anche dei trascorsi con la magia e l’alchimia).

Sul frontespizio della prima edizione inglese del Leviathan hobbesiano (1651) era riprodotta un’incisione che raffigurava un essere antropomorfo di dimensioni smisurate, composto d’innumerevoli piccoli uomini. Con la mano destra impugnava una spada e con la sinistra una pastorale, a governo di una città pacificata che si estendeva ai suoi piedi: il Leviatano, il grande uomo, μακρός άνθρωπος, simbolo mitico, bestia eteroclita, unione proteiforme della trimurti Dio, uomo e macchina. A governo di coloro che hanno da essere governati: perché nello stato di natura ciascuno di noi può uccidere chiunque altro e tutti sono uguali di fronte a questa minaccia. Come disse Hegel,

ognuno è un debole di fronte all’altro

E’ la potenziale mutua distruzione di massa, calmierata dalla contrazione di un patto statutario: regna la “democrazia” proprio perché ciascuno sa che ognuno può uccidere ogni altro e pertanto ciascuno è, per ogni altro, nemico. Dallo stato di natura –homo homini lupus – nell’ottica hobbesiana dello stato di diritto l’uomo si fa Dio per l’altro uomo – homo homini deus.

Il terrore riunisce gli individui pieni di paura; la loro paura sale all’estremo; scocca una scintilla della ratio e improvvisamente davanti a noi si erge il nuovo Dio

Un Dio che è però un Dio mortale, Deus mortalis come lo definisce esplicitamente Hobbes: il Leviatano2, la moltitudine unita in una sola persona, che nell’arredo costitutivo della mostra Leviathan – che nel titolo attinge simbolicamente all’opera eponima di Hobbes -, sta a indicare la frammentazione psicologica, sessuale, culturale ed estetica dell’Uomo contemporaneo per mezzo dell’ostensione di blocchi di marmo formati da pietre di scarto, uniti da fili di ferro e ricoperti di cera.

Questo sesso che non è un sesso3, verrebbe da dire con la filosofa e psicanalista belga Luce Irigaray. Osservate la scultura intitolata Corpo, il rebis alchemico né maschio né femmina con un osso conficcato nella grotta genitale, creatura magmatica che simbolizza due concetti fondamentali, la sur-determinazione dell’identità di genere e la non generazione: l’attraversamento dei generi, a volo su un manico di scopa come la strega che si reca al sabba, il rovesciamento della sacra famiglia, l’abominio della sessualità invertita/innestata/negata, che trovate ribadito in Crisalide. Generatio inversa, il riconoscimento della quale Vi ri-accompagna all’alienazione sottesa ai legami familiari/politici nelle opere Parto – aborto mancato dove il cordone ombelicale è rimpiazzato da una catena – e Gemelli – altro rimando esplicativo alla sessualità innestata.

Diabolus in ecclesia, ancora e sempre, preconizzato da quella scultura – Madonna del Latte – dove la tradizionale Vergine che allatta il Figlio si trasfigura in una Venere consumata, sfiorita, scarnificata, le cui appendici di fertilità sono avvizzite, perforate, ma senza con ciò stesso deprivarla della sua propria originaria bellezza e delicatezza, declinate come per reminiscenza attraverso un raffinatissimo massacro ri-costruzionista della carne.

Stigma “diabolico” rinnovato dall’iconostasi “perversa” dell’opera video Action/Dogma, che rappresenta un rapporto sessuale inverso e incompossibile, e nell’opera video Blank, dove ancora una volta il genere risplende nell’algida solarità della sur-determinazione, che rifulge nella scultura Crucifixio attraverso l’esplicita raffigurazione del sembiante femminile di un Cristo che, lungi dall’essere immagine d’empietà – signore e signori, Christian Zucconi non vuole né provocare né apparir sacrilego -, denota invece la condition humaine, o meglio, la preconizzazione di una condizione umana “generata, non creata” da «questo uomo di dolori colto nell’ultimo afflato vitale» – per usare le parole dello stesso Christian Zucconi -, nata come per partenogenesi dall’attuale condition dell’Uomo de-frammentato e simboleggiata dal grande Leviatano, la moltitudine unita in una sola persona.

Perché il soggetto dell’indagine è sempre lo stesso, nell’uno e nell’altro caso: l’Uomo. Fondato su un retroterra concettuale – che nella ricerca zucconiana prende ovviamente la forma dell’arte visuale – la cui essenza è di ordine carnale.

Essenza carnale, si potrebbe dire in virtù dell’unione degli opposti. Perché «pensare è sentire», come diceva nel 1758 il philosophe francese Claude-Adrien Helvétius nel saggio De l’esprit4, opera di filosofia materialista che appena uscita mise d’accordo tutti, Sorbona, Parlamento e clero, nel decretarne la condanna senza appello:

Noi condanniamo il suddetto libro in quanto contiene una dottrina abominevole, atta a rovesciare la legge naturale e a distruggere i fondamenti della religione cristiana […]; contiene un gran numero di proposizioni false, scandalose, piene di odio contro la Chiesa e i suoi ministri, irrispettose nei confronto delle Sacre Scritture e dei Padri della Chiesa, empie, blasfeme, errate ed eretiche

Così il dispositivo della condanna nel Mandement dell’arcivescovo di Parigi Christophe de Beaumont5 (informazione di servizio: Helvétius, frequentatore di salotti, gregario di Diderot e d’Holbach ma soprattutto figlio del medico di corte, si sputtanò subito in seno all’istituzione sia secolare che religiosa e nulla ottenne dal pubblicare De l’esprit in forma anonima. Esule in Prussia, ebbe salva la vita solo grazie alle ambasce della donna francese più potente dell’epoca, Madame de Pompadour, la favorita di Luigi XV).

Ma De l’esprit fu – è – una pietra miliare nei sentieri interrotti della filosofia, cui l’antifilosofia (per dirla à la Michel Onfray) dei preti ha storicamente messo la mordacchia. Nell’ambito del pensiero occidentale De l’esprit fa compagnia ai vari Spinoza, Hobbes, Stirner, Marx, Freud, nel tempio dei “maledetti” intorno al quale placidamente sciaborda il veleno nero di Friedrich Nietzsche, l’“inventore” del nichilismo, generatore col succitato Marx del non-ancora-uomo: il marxiano uomo dis-alienato e il nicciano Übermensch, l’oltre-uomo che, dopo lo svelamento della fallacia di tutti i valori e l’inversione della sacra famiglia, sostiene il gravame della “morte di Dio” lasciando dietro di sé il nichilismo stesso.

Né Dio, né capitale.

Non v’è scopo, non v’è meta, non fine nell’Universo (Gabriele d’Annunzio, Il libro segreto)

Nulla oltre la carne. L’Uomo è un’essenza carnale. L’Uomo è un’idea sensibile.

Marx – che solo per un infelice fraintendimento sarebbe stato poi messo nel club dei sospettabili d’antisemitismo -, teorizzò la morte dell’ebreo come la morte del proletariato tutto in quanto epitome dell’uomo alienato e reificato (nel senso, ridotto a cosa, appendice di una macchina e di un meccanismo ideologico/religioso), Nietzsche formulò la teoria del cadaverone di Dio e la trasfigurazione del corpo conculcato e offeso dal Cristianesimo nel corpo solare dionisiaco, André Malraux ci parlò della condizione umana – La Condition humaine -, nelle cui pagine risuonava come un basso continua la morte.

Una messinscena del nichilismo. Che tuttavia, come la febbre per il corpo, non è il male. In questo senso l’opera di Zucconi e la mostra Leviathan sono un’epitome supercontemporanea: l’arte è fedeltà al presente e, nel migliore dei casi, quando mostra le condizioni-di-possibilità-di, anticipa con ciò stesso il futuro – un futuro, uno dei possibili mondi possibili.

L’artista non è – non ha da essere! – un intellettuale, l’artista è un cretino che denota una semantica e, quando è un valido artista, con la sua favella segna indelebilmente il presente. Biancoenero o scintillio di colori, a ciascuno il suo mondo, perché i limiti del suo linguaggio sono i limiti del suo mondo. Quanto a Voi, la missa solemnis in pietra, cera, sangue e carnazza di Leviathan non Vi deve piacere, perché nel più semplice dei casi Vi deve far piangere.

Pessimismo cosmico? No. L’anima è marcia, ma il corpo è bello. L’uomo è rotto dentro, ma fuori rifulge di bellezza inesperessa (Cenere). Com’erano profondi i Greci nella loro superficialità! (Nietzsche).

Non è tempo di streghe (purtroppo) e dunque non siamo autorizzati a scimmiottare il Candide di Voltaire asserendo che questo è il migliore dei mondi possibili. Ma ciò non toglie che dietro ai paraventi di mostruosa bellezza di Leviathan, celebrazione eucaristica laicamente devota alla causa dell’Uomo, si celi apertamente, come la lettera rubata nel racconto di Edgar Allan Poe, il principio- speranza del riscatto, fondato su una nuova antropologia, risorgente dalle ceneri dell’Uomo contemporaneo frantumato, schizzato, estraneo a sé, orfano di sé. “Messaggio” (se vogliamo usare un termine ahimè troppo frequentato nei meandri del luogocomunismo) che l’opera Crucifixio esemplifica in nuce, idea sensibile del Dio mortale che s’è fatto donna, perché solo dalla diversità e dalla perversione può forse nascere l’Uomo autenticamente umano. Che sarà, se sarà, quando sarà.

1. Ogni riferimento al romanzo The Atrocity Exhibition di James Graham Ballard è puramente voluto
2. Carl Schmitt, Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1938
3. Luce Irigaray, Questo sesso che non è un sesso, Feltrinelli, 1978
4. Claude Adrien Helvetius, De l’esprit, Chez Durand, 1758
5. Mandement de Mgr. l’Archevêque de Paris, portant condamnation d’un livre qui a pour titre “De l’esprit”, Paris, 1758, p. 27

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Christian Zucconi | Leviathan

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