Ritorno alle rovine

Loris Di Falco – La città con la casa di vetro – 77 Art Gallery, Milano – Giugno 2014

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La casa di vetro 2014 cm 100 x 70 olio e fotografia su tela

Vestigia, rovine personali. L’ultima serie di Loris Di Falco, La città con la casa di vetro¸ non è solo un tributo a questa città che sale nel corso del rinnovamento urbanistico/architettonico occasionato dal grande evento (che non è il judgement day bensì la grande exposition universelle), ma anche e soprattutto il riconoscimento (e l’esaltazione) della sua vita silente, che palpita dalle rovine di luoghi dismessi dove le ataviche vestigia parlano il loro affabile silenzio. Che è anche il silenzio di un fare arte in cui il personale si trasfigura nell’universale. Nella quiete degli spazi abbandonati Loris Di Falco ritrova non solo il proprio sé, ma anche il sé della stessa umanità. Stille leben, traduzione del Tedesco che l’Italiano, incarnando una tradizione mortifera, traduce con natura morta. Fotografia ma non solo. Vita silente ma non solo. Quello di Loris Di Falco è uno sguardo intimista a una città in-via-di-(ri)apparizione, negli anni vissuta così, con un’attitudine un po’ flâneur, un po’ bohémien, e ora ri-visitata con uno sguardo “altro” rispetto a quello delle magnifiche sorti e progressive dell’eccellenza architettonica in movimento, dove il nuovo sopravanza il passato calpestandolo, spostandolo, nascondendolo: alla metropoli è stato impedito di diventare vecchia e saggia. Vestigia universali e personali: quello che resta di una città da cui s’innalza la casa di vetro, il luogo-non-luogo, trasparente, di cui l’artista è un po’ il proprietario assente, percependo – e restituendo al nostro sguardo – nelle visibili rovine l’essenza metafisica di luoghi accarezzati dal passato. Tempus fugit, ma Loris Di Falco ci mostra, in quello che resta, non solo ruderi abbandonati, ma spazi che il tempo ha colmato di energia (di anime) che in quei luoghi e in quelle strade hanno vissuto, creato, lavorato, cazzeggiato. Ascolto il tuo cuore città, era il titolo del romanzo di Alberto Savinio: Di Falco ascolta la metropoli e ce la rende dall’alto e dall’interno, nelle serie degli esterni e degli interni, lontana da questo eterno presente brillante e cafone, disabitata, popolata solo da quelli che sembrano grandi monumenti inspiegabili, forse traccia di una dittatura o di una maledizione sovietica. Una Milano che, in queste opere, si ri-conosce facendoci andare col pensiero – anche – ad altre città, immaginate o no, oscure o preclare, come Gotham City, per chi conosce, o una Parigi alternativa, dove i gargoyles sono sostituiti da figure dormienti, come lo sono i luoghi stessi, restituiti a noi nella loro sporca purezza da uno sguardo forse un po’ malinconico, o forse no: l’immaginazione del resto si lascia ingannare, probabilmente per una tendenza alla malinconia, invitandoci a guardare non opere, ma scorci di una storiografia espressa attraverso il linguaggio dell’immagine. Sporchi, inevitabilmente inquieti e inquietanti, ma così carichi di fascino da attrarre a sé per l’esuberante bellezza che scaturisce dalla loro “vecchiaia”, i paesaggi, e possiamo chiamare così anche gli scorci interni, si fanno popolare solo da chi guarda, ed è naturale che chi guarda non si senta a suo agio, ma al contrario, in trappola, costretto a guardare ma a rimanere lì, affascinato.

 

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