ET IN PROFUNDO EGO… CORPOGRAFIE DI GIAN PIERO GASPARINI

P.N.

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L’ultima serie pittorica di Gian Piero Gasparini, Profundum Nigrum, è un centro da cui s’irradiano linee che identificheremo nei seguenti punti:

1. Intimismo
2. Matericità
3. Corpo

La pittura, oltre che cosa sacra, è un fare ed è bene ricordare che passa attraverso una diretta espressione sensibile, l’atto del dipingere.

Nel corso del tempo la biografia pittorica di Gian Piero Gasparini ha continuato ad evolversi in una progressiva accentuazione del segno e in una saturazione del fondo, che hanno dato alla serie Profundum Nigrum un’impronta rappresentativa dell’attualità di un tempo, il tempo pittura, essenzialmente in divenire e aperto a ulteriori inedite possibilità.

Profundum Nigrum è infatti un lavoro in fieri -in progress, direbbero gli inglesi- al quale gli antecedenti storici, le serie Faces, Logos, Amerikaos, Street Heart si relazionano in modo sempre più distaccato. Grazie alle ultime opere, vengono di fatto rivelate alcune informazioni pittoriche che erano custodite in potenza nelle precedenti, ma che non potevano essere decriptate. Aggiungendo così un valore e una nuova vita a tutto quello che pensavamo di conoscere.

Profundum Nigrum rappresenta dunque una novità, sia per la fisicità dell’inedita produzione artistica, che per il suo retroterra teorico. Nuovi input che ci accompagnano nell’esplorazione di territori concettuali individuabili in:

1. Intimismo (il passaggio da uno sguardo rivolto alla coralità, alla collettività, a uno, appunto, più intimista)

2. Matericità (il segno, che in questa serie assume un ruolo deciso e attivo)

Elementi che concorrono a precisare il soggetto principe di Profundum Nigrum, il corpo, nella duplice espressione del suo “proprietario” (spesso) assente e della sua storia.

Da uno sguardo di tipo “collettivo”, in cui il punto focale era rappresentato dal ritratto, Gian Piero Gasparini è ora giunto a un approccio per dir così di carattere più intimista, ciò che del resto era presente -come si è detto in potenza- nella serie Street Heart, dove i soggetti raffigurati erano i volti di persone scelte casualmente ed eternate sulla tela per quel loro proprio certo-non-so-che.

Ma qui l’ingresso in questa sorta di privacy epistemica scende a un livello al contempo profondo e universale, identificando il corpo non solo come il punto zero dell’orientazione pittorica, ma anche come il controcanto di quella sua duplice accezione che il filosofo Edmund Husserl identificò nel Körper (il-corpo-come-oggetto-naturale) e nel Leib (il-corpo-come-corpo-animato). Qui Gian Piero Gasparini non solo indaga il corpo come materiale pittorico -il soggetto/oggetto tributato per la sua bellezza in sé- ma anche il corpo come superficie su cui attuare la ri-armonizzazione di una corpografia.

Nella serie Profundum Nigrum l’esteriorità profonda del volto passa dunque all’esteriorità profonda del corpo individuato e singolo, umano e animale, animato e non, enfatizzandone le peculiarità anatomiche attraverso l’applicazione, sulla composizione già in atto, di brandelli di tela strappata. Tecnica che per reminiscenza fa riandare col pensiero alla precedente serie Brandelli d’Italia, con la differenza sostanziale che Profundum Nigrum rappresenta quella che, con lo scrittore André Malraux, potremmo chiamare La Condition humaine dell’oggi (condizione che invero è tale per ogni epoca umana). A prescindere dall’indubitabile progresso dell’impresa scientifica e tecnologica -che ci ha semplificato la vita-, la risposta alla domanda sul senso stesso di questa vita resta inevasa: il vuoto è colmato dai lacerti di tela strappata di Profundum Nigrum, che stanno a simbolizzare le ferite, i segni della vita, i mali dell’anima e che sono al contempo il corredo medicamentoso e costitutivo dello stesso essere dell’uomo, spirituale e corporeo.

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Il nuovo corso pittorico di Gasparini rappresenta il ripiegamento interiore dell’essere umano in quanto tale, con le sue ansie, passioni, sentimenti e pensieri, denotando però un afflato di ordine collettivo, che per reminiscenza ritroviamo nel “Mistico” del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein: l’inanità del progresso tecnico di fronte alle domande fondamentali della vita (“Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”, L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 1921). Concetto che ritroviamo, espresso nel linguaggio visuale/simbolico dell’arte, nei soggetti di Gian Piero Gasparini, dove i frammenti di tela rappresentano fisicamente le cicatrici della vita e simbolicamente l’ineffabilità del suo senso. Questi brani di tela applicati sul tessuto connettivo della trama pittorica sono le “garze” che ricostruiscono le anatomie dei corpi, lacerazioni materiche che ne rappresentano il controcanto narrandone in certo senso la storia, la corpografia appunto: gli inserti di tele strappate di Gasparini segnano un sentiero, una linea verbo/visuale, le lacerazioni, i rattoppi della vita e del corpo, le tracce resocontative di una storia attraverso la voluta esibizione, sul derma pittorico, dei filamenti di tela strappata come vene pulsanti.

Con Profundum Nigrum la figura viene ad essere dunque il territorio attraversato da solchi, tracce segniche, elementi materici che ne definiscono la superficie narrativa, rispetto alla quale il fondo costituisce l’elemento imprescindibile della composizione nella sua integrità.

Da qui il senso del titolo della serie Profundum Nigrum, tributo caravaggesco che spazia, attraverso queste figure ambrate che si stagliano lucide sul nero profondo, a Maestri del passato, una volta che se ne sia appresa la lezione, come Klimt, Mucha e Dürer.

Dando forma e sostanza a un espressionismo supercontemporaneo, dove la materia si fonde con la pittura ri-attualizzando precisi valori iconografici e ri-orientando l’attenzione dall’espressività del soggetto/oggetto all’espressività del corpo, oggetto/soggetto di ascrizioni segniche: le summenzionate corpografie, la ricostruzione operata attraverso l’applicazione di brani di tela strappata come universo di discorso, sia pittorico che simbolico, dietro al quale l’identità del soggetto è surdeterminata, celata in modo da permettere a quelle stesse ascrizioni di sopravvenire rispetto al già-dato dell’oggetto/soggetto, il corpo in quanto Körper e Leib.

Una produzione d’arte, questa di Gian Piero Gasparini, che tributa i “grandi” rinnovandoli con un discorso personale e inedito: questo è vero sia sul terreno del fare pittura e della storia della pittura, che su quello più “astratto” e depositario di contenuti metateorici, che dal cielo iperuranio della filosofia fenomenologica “atterrano” su quello stesso terreno scabro. Si è parlato a tal proposito di “supercontemporaneità”, perché non solo l’arte è sempre contemporanea -per dirla con uno slogan-, ma anche e soprattutto perché essa è fedeltà al presente: l’opera d’arte, se è tale, ci deve riguardare tutti, ci deve raccontare una storia, che sia e possa essere -anche- la nostra storia e l’artista, dal canto suo, ha da esser capace di rinnovarsi senza tradirsi – e senza tradire il presente, rispettando il passato, con lo sguardo proiettato nel futuro.

Nel percorso artistico di Gasparini Profundum Nigrum sintetizza questo assunto e rappresenta di par suo un punto di svolta: dopo l’ubriacatura visiva del corpo, vuoi esibito come mezzo espressivo diretto, vuoi declinato come soggetto/oggetto della rappresentazione nei media differenti, ora urge “sentirne” l’ineffabilità, senza troppi punti esclamativi.

Non sono tanti, al momento, gli artisti che vi riescono degnamente. Ma fra questi pochi certamente v’è Gian Piero Gasparini.

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