PITTURA E MISTICISMO

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Maurizio L’Altrella, La Selva Oscura III, cm 120×100 olio su tela 2014, courtesy Maurizio L’Altrella

Come spesso mi càpita quando ho a che fare con la mediazione verbovisuale tra il lavoro di un artista e il suo pubblico, riaffiorano alla mia mente -ma sono solo e sempre reali accadimenti cerebrali, perché la mente non esiste!- come associazioni psichiche immediate e naturali certi riferimenti a dimensioni disciplinari esterne all’arte visiva.

Il che non è una novità, di per sé: critici e curatori che vennero prima di me inaugurarono questo “metodo” con grande successo esplicativo. Mi riferisco ai bravissimi –non li conosco! e non ho mai lavorato con loro!- Luca Beatrice e Alessandro Riva, ad esempio, fra i primi a tirare in ballo il calcio e la musica come elementi chiave del loro approccio multidisciplinare all’interpretazione del lavoro degli artisti.

E qui finisce il pistolotto non richiesto ma sinceramente sentito. Dunque, Pittura e misticismo fa il verso a un celebre saggino (perché era un saggio di poche pagine) divulgativo del filosofo e matematico Bertrand Russell, che nel 1918 scrisse appunto Misticismo e logica, in cui erano messe a confronto le teorie filosofiche legate all’esperienza e all’argomentazione formale con quelle più metafisiche e “spirituali”.

A questo punto il riferimento illustre mi è utilissimo perché mi permette di andare a bomba sull’ultima produzione d’arte di Maurizio L’Altrella, un “mistico” della pittura che non lesina allusioni, cenni, confronti con la pratica del “viaggio” spirituale: intendendo qui il termine “viaggio” non nella sua accezione sessantiana di psichedelica memoria, bensì in quella meno compromessa con l’LSD  di ripiegamento interiore, introspezione noetica (cari bambini: dal greco nous, cioè intelletto), discesa dentro di sé.

Retroterra “teorico”, “mistico” appunto, che tuttavia si accompagna al riconoscimento del fare pittura: lavoro, studio, fatica, sofferenza, applicazione.

La lordura della pittura. Che, come quella dell’esperienza, è indispensabile così a pensare come a dipingere.

La parola al pictor optimus. Che, come vedrete, è tutt’altro che “gesuitico” e religioso, ma -per rubare il vocabolario al già citato Bertrand Russell-  appare piuttosto come un monista spirituale.

 

Maurizio L’Altrella: Un percorso ideale, almeno per me, esiste. Ho lavorato immerso in una sorta di viaggio immaginifico, che da subito mi è apparso come la selva oscura. L’ho costruito passo dopo passo coscientemente ma senza essere mai didascalico. Lo stimolo è giunto proprio dalla dimensione simbolica in cui Dante inizia il suo viaggio visionario nella Divina Commedia: l’inoltrarsi nella propria interiorità fino al punto di smarrirsi è quello che mi è piaciuto, per capire che poi, noi ci creiamo su misura le nostre paure, secondo i limiti che crediamo di avere. Questo è stato l’incentivo che mi ha dato modo di creare, diciamo così: una sorta di percorso d’immagini, che esiste in effetti ma solo per chi lo cerca o lo percepisce.

Emanuele Beluffi: Sfondi azzerati ma pieni di accenti, concrezioni, striature, grumi, segni, spatolature: parlaci di questo nulla in cui tutto è

Direi, che hai già espresso con una sintesi perfetta, la mia idea di spazio. Un’ estensione del puro pensiero, viva e palpitante, una dimensione creatura e creatrice al tempo stesso; esattamente: un nulla in cui tutto è. Cerco di creare un dialogo il più vivace possibile tra sfondo e soggetto, in modo tale che l’uno dipenda assolutamente dall’altro; che si creino e ricreino a vicenda. Dove, anche se appare un soggetto immobile, la sua immutabilità è solo apparente. Tutto si muove e cambia sempre e comunque.

I soggetti dei tuoi quadri raffigurano creature in via di apparizione, a volte solo animali, altre a metà strada fra uomo e animale, spesso in posizioni quasi ieratiche: vuoi illustrarci il senso di queste metamorfosi e di questo “stare”?

Mi interessa rapportarmi con l’aspetto spirituale, intimo, dimenticato, che la creatura umana aveva con i suoi simili e tutti gli altri esseri che vivono sia in questa, che nelle dimensioni parallele, qualsiasi sembianza essi abbiano, debbano o possano assumere. Il mio lavoro è sostanzialmente basato su questi stimoli, che traduco attraverso le immagini che presento. La metamorfosi è semplicemente metafora di cambiamento, così profondo però da condizionarne anche le sembianze. Il cambiamento è assolutamente necessario per andare oltre ciò che si conosce. Riguardo la postura dei soggetti posso solo dire che sono coinvolto, quasi ossessivamente dalle immagini della pittura, nel periodo che va principalmente dalla Controriforma alla fine del seicento. Ho una necessità inconscia, che guida la mia ricerca (prima che inizi l’atto pittorico) verso quei soggetti che hanno una ostentazione da effigiato sacro, proprio com’era d’uso in certi periodi storici. L’uso dell’oro, come colore, in alcuni dei miei ultimi dipinti, è un richiamo verso la pittura sacra, una citazione necessaria, per me. Questi forti richiami danno espressione all’atteggiamento fisico dei miei soggetti: animali, umani, Avatar o altro che siano.

Cosa è cambiato nel tuo lavoro dalla partecipazione a quella collettiva fichissima dello scorso anno da Biancamaria Rizzi & Matthias Ritter?

Tutto. Anche se la spinta interiore è la medesima. Basta osservare per capire.

Cosa significa per te fare pittura?

Esattamente quello che mi riesce meglio. In piena onestà e gioiosamente, per quanto più sia possibile. Cercando di non prendermi troppo sul serio ma lavorando seriamente e credendo sempre in ciò che faccio. Non confido nell’auto-flagellazione.

Hai idoli? Chi sono i tuoi maestri? Non sono ammessi nomi di pittori

I primi maestri sono stati mia madre e mio padre; poi via via, tutti gli altri esseri che ho incontrato vivendo. Alla fine, non sono ciò che ho letto o ciò che ho visto e sentito, né ciò che faccio, ma c’è in me una parte di ogni cosa vissuta e vivente e una parte di me è in ogni cosa (e non è retorica). Detto questo, adoro Jim Jarmusch, Peter Greenaway, Tim Burton, Kim Ki Duk, Jung, Goethe, J. Milton, per citarne alcuni e Dante Alighieri, ovviamente. Tanti bravi musicisti, ma non qualsiasi tipo di musica e sopratutto mai musica commerciale o cosi detta “leggera”. La musica è un elemento importantissimo nel mio fare creativo. Non posso citare nessuno per non fare torto ad altri ma di certo prediligo la sperimentazione, l’energia, la sorpresa, l’invenzione e la genialità rispetto al virtuosismo fine a se stesso. Apprezzo dalla classica al rock (con buona parte delle sue diramazioni e generi) e anche la musica contemporanea. Non ho idoli e non pratico nessuna religione.

Intervista pubblicata anche qui e qui

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