Mostratì. Ma perché non parli?

“Et mes fesses? Tu les aimes, mes fesses?” (traduzione per i non francofoni: “E il mio sedere? Ti piace il mio sedere?”). Così Brigitte Bardot a Jean-Luc Godard che la inquadrava nel film “Il disprezzo”, 1963 col maggio francese ancora in là.

Aveva ragione Aristotele, l’uomo è un animale sociale. Ma lo è a tutto tondo, da sempre, anche da prima di B.B.: è invasivo come un virus e quella del mostrarsi dev’essere una sua prerogativa connaturata, altrimenti non si spiegherebbe il successo planetario di Facebook.

Mostrare sé è (anche e soprattutto) l’esplicitazione di una identità: una fra le tante, dal momento che mai come oggi si dibatte pubblicamente sui generi e sugli attraversamenti dei generi. Ma la sessualità, che pure è un elemento imprescindibile dal concetto di identità, è a sua volta una delle tante “griglie” interpretative del mostrare sé: quest’epoca è contrassegnata dal predominio dell’immagine e se fossimo negli anni Settanta diremmo col neologismo di Gil Scott Heron: “the revolution will not be televised” . Ricordate le immagini degli aerei che entrano nelle Twin Towers? E che dire del giappo che pubblica su YouTube le sue pantagrueliche abbuffate? Passan tutti, costa niente entrare.

La TV è ora un vecchio arnese e per il nostro mostrarci niente è più funzionale dei vari social (appunto) networks, che rappresentano la democratizzazione al cubo della celeberrima massima warholiana sul quarto d’ora di celebrità. Anche se è la celebrità dello stare a una riunione di condominio.

Si è passati dall’austerità della filosofia (“Il punto centrale è la teoria di che cosa può essere detto mediante una proposizione  e che cosa non può essere detto mediante una proposizione ma solo mostrato; il che, io credo, è poi il problema fondamentale della filosofia”, Ludwig Wittgenstein) alla performance alle vongole dell’artista che si fa le pippe in diretta streaming: tempi moderni, signora mia.

Fra l’altro, il succitato masturbatore non ha inventato nulla: lo so, c’è anche la storia, nella fattispecie quella dell’arte, da cui potremmo isolare il sottoinsieme “storia del ritratto” (galeotta fu la Mona Lisa), ma vi lascio volentieri a Flavio Caroli autore di una pregevolissima storia della fisiognomica.

In effetti qui non si parla (solo) di psicologia ma, direi quasi, di imperativi categorici (mostratì!): un po’ tutti siamo diventati estensori del nostro io e del nostro corpo, ma only the brave happen to arrive where the angels can’t tread. Nel senso, se vuoi fare l’artista, la strada è lunga.

E a proposito di arte (in fin del conto è di questo che dobbiamo parlare, no?), il la lo diedero gli Azionisti Viennesi e poi venne l’unica, l’irripetibile, l’inimitabile Francesca Woodman: i giovani artisti e le giovani artiste che si mostrano (performance, chiamiamoli così i loro spettacoli, ma naturalmente c’è anche tanta fotografia) devono fare i conti con loro -con lei soprattutto.

Ma perché, mi chiedo io, uno o una dovrebbe mostrarsi? Il bambino di Dario Argento non ha insegnato proprio nulla? In arte è più degno quel che viene suggerito o evocato, di quel che viene semplicemente espresso in maniera specchiata. Mi verrebbe da dire, per tornare alla filosofia: non è più importante il non-dire del dire? Eppure qui casca l’asino (che sarei io): il non-dire è esattamente il…mostrare (Wittgenstein….dixit).

Eppure la situazione è più complessa: per il buon senso comune, o per istinto mentale, il concetto di mostrare-sé  implica automaticamente il “metterci la faccia”, non solo in senso figurato. Ma anche personaggi illustri della storia ci han messo la faccia, o meglio: gliel’hanno fatta mettere, sulle banconote per la precisione. Chissà cosa direbbero i vari Caravaggio, Michelangelo, Galileo, Volta, Bernini, che si mostrano come immagini potenti del genio sulle banconote di Andrea Chisesi, sullo slittamento semantico del loro valore? Il valore artistico e scientifico certifica quello economico e i loro sguardi sulle banconote sembrano volerlo attestare, ma chissà quanto sarebbe stata spontanea questa certificazione di valore non richiesta? Io credo che, se potessero, ringrazierebbero Andrea Chisesi per averci messo davanti agli occhi questa loro giustapposizione di garanzia non richiesta (e fra tutti, penso che Caravaggio sia quello che si arrabbierebbe più di tutti con gli uomini).

Ma a volte il ritratto non ha occhi. Mi spiego. Anzi, lo faccio spiegare a Monia Merlo e alle sue donne, che sembrano dire “non guardarmi” ma nello stesso tempo ci costringono a metter gli occhi sulle anatomie di scapole e mani: negarsi per mostrarsi. Perché, (rubo impunemente dal suo statement) “la testa ha fallito, meglio affidare alla pelle la profondità di comprensione che la mente non è in grado di scandagliare”.

Ma quante volte noi maschietti minimamente acculturati abbiamo sognato che le damigelle delle nostre letture, dei nostri film e delle nostre passeggiate un po’ fanè ci dicessero “Guardami”? (ma più spesso accade che le guardiamo senza che ce lo chiedano). I volti (femminili) di Giuseppe Piccione, diversamente da quelli nascosti di Monia Merlo, si palesano in tutta la loro affabilità e probabilmente non sanno di avere un pubblico e nemmeno di essere il perno attorno al quale ruota un universo non più intimo ma aperto -quello delle città.

Quelle stesse città così cosmopolite ma anche a volte così “crudeli” da farti sentire solo/a in mezzo al commercio umano: una  celebre opera letteraria di Alberto Savinio si intitolava Narrate uomini la vostra storia e mi viene spesso da chiedermi quale sia la storia del commesso viaggiatore che beve solitario il suo drink nel bar affollato da una moltitudine di solitudini come nel quadro di Edward Hopper. E allora mi chiedo anch’io, come forse ha fatto Turi Calafato, quale sia la storia di quei due personaggi che a me sembrano intenti nella loro pausa pranzo. Io li vedo ma loro non vedono me, ma non si tratta di un’esperienze voyeuristica e francamente non mi viene proprio voglia di dir loro: “mostrati!”, perché l’anonimato, proprio come nel quadro di Hopper, si mostra così.

E non vorrei disturbare nemmeno la creatura dello spazio di Garjan Atwøød e nemmeno le epidermidi silenti di Monia Merlo. Ho iniziato col sesso e qui ci ritorno, perché “Mostratì!” mi suona sempre un po’ come Baise-Moi (Scopami), che è anche il titolo del film francese di Coralie Trinh Thi e Virginie Despentes tratto dal suo omonimo romanzo, chissà se scritto da una pornografa timida come Kenneth Patchen (autore, appunto, del romanzo Memorie di un pornografo timido) o da una pornocrate: fatto sta che, mostrarsi o no, scoparsi o no, l’opera fotografica di Garjan Atwøød non può non farmi pensare a Pornokratè, stampa acquarellata del pittore, incisore e disegnatore belga Félicien Joseph Victor Rops, l’amico di Baudelaire che anziché una Venere in pelliccia ne raffigurò una senza veli con porcellino al guinzaglio. I tempi cambiano e con Garjan Atwøød il porcellino è diventato un cagnetto che è andato dal parrucchiere dei vip e la sua Venere in pelliccia una creatura stellare ma egualmente “cieca” e muta come la Venere di Rops.

La leggenda narra di Michelangelo che interrogò il suo Mosè di marmo: “Perché non parli?”. Ecco, pur con tutte le proporzioni fra il sottoscritto e lui, anche a me vien da fare la stessa domanda ai soggetti di “Mostratì!”. Forse è l’ineffabilità delle arti visuali, la stessa che deve aver colpito Corrado Roccaro, con le sue sculture in cui il corpo umano si sublima nel boccionian/futuristi dinamismo e fluidità delle forme della continuità nello spazio.

Però, però. E a proposito di forme fluide…Non ho ancora conosciuto nessuna che, come la Brigitte Bardot al suo Jean-Luc Godard, aggiunga la necessaria e naturale e inconfessabile glossa che sigilla con la ceralacca ogni mostrare che sia sé: “Et mes fesses? Tu les aimes, mes fesses?”

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