Quelle “zanzare pungenti” di Andrea Milano che lasciano il segno

Noseda‘s Art Gallery inaugura la terza esposizione di arte contemporanea con Andrea Milano. La mostra propone ventuno fotografie inedite. Inaugurazione martedì 12 dicembre dalle ore 18:30 presso il Palazzo di Vetro – Noseda’s Art Gallery, piazzale Gerbetto n°6, Como

Tutto è come sembra. La realtà è più ricca di quanto si creda, basta saper guardare e cogliere la bellezza delle mille possibilità in cui le cose si danno allo sguardo. Questo è vero nella foresta incontaminata come nell’ambiente urbano più affollato. Ed è proprio la città, soprattutto in questi ultimi anni di grandi accelerazioni nel modo di comunicare, di creare e di lavorare, che è “risorta” a elemento iconografico e immaginifico d’eccellenza nelle arti visuali.

Noi non inventiamo nulla di nuovo e se vogliamo volgere lo sguardo al passato non dobbiamo nemmeno andare troppo in là negli anni: Umberto Boccioni, “La città che sale“. O, per restare in ambito di…”verticalità”, Antonio Sant’Elia, il teorico della “città futurista”, utopica città “di desiderio”.

E oggi, un secolo dopo, anche se la distanza è di pochi decenni, assistiamo a un rinnovamento nella crescita di queste architetture metropolitane laiche e verticali -ma anche orizzontali, al punto che, guardando i tributi che dagli àmbiti più disparati della creatività e dell’ingegno arrivano a lei, la città, sentiamo l’eco di quanto disse il grande scrittore e pittore Alberto Savinio: “Ascolto il tuo cuore città“.

Si dice (e a ragione. E io lo sostengo da sempre) che, qualunque cosa si voglia dire intorno all’arte contemporanea, da una non si sfugge: fedeltà al presente. Ed infatti, per dirla con uno slogan, ma che in realtà ricalca quanto disse Vittorio Sgarbi nel suo libro “L’arte è contemporanea“, da sempre la migliore arte, quella più significativa, quella che non si ferma all’autoreferenzialità del costruttore d’opera, non si ferma a se stessa ma va oltre sé e giunge a noi. Ognuno la leggerà come gli pare, ma l’opera “passa”, ha fatto il passo in più rispetto al quadro del “pittore dei Navigli” e diventa protagonista, anch’essa, di questo “tempo presente“.

Guardatevi intorno: non vedete come sale e s’allarga, come vive e respira, questo enorme organismo/macchina che è la città? Non sentite come palpitano le sue arterie, coi suoi rumori e i suoi cittadini che corrono, camminano, riposano, fanno e disfanno, mentre intanto la città sale fino a grattare il cielo e s’allarga fino ri-generare il suo proprio tessuto connettivo?

E in mezzo a tutto questo affaccendarsi di vasi sanguigni, in mezzo a questo “metrocorpoin divenire costante, in mezzo a queste “grandi narrazioni” che finiscono sui giornali (per chi ancora li legge), stanno gli attimi che fuggono: è lo spirito della “zanzara pungente”, come ce lo ricorda un fotografo italiano, Maurizio Galimberti, citando Jean Luc Nancy quando ci parla degli scatti di Henri Cartier Bresson, che immortalano un momento unico ed irripetibile, come fa la zanzara quando ci punge cogliendoci in un attimo di sbigottimento.

Ho citato Maurizio Galimberti non solo per il suo ficcante rimando esplicativo artistico/critico, ma anche perché proprio lui, agli inizi di quella che sarebbe stata una grande carriera, “caricava” i suoi scatti di contaminazioni pittoriche, realizzando fotografie dall’aspetto pittorico. E’ quella che io chiamo “pittoricitàdella fotografia. Certo la storia riporta molti esempi di questa “pittoricità“, pensiamo a Franco Fontana e a colei che forse fu la “decana” del “pittoricismo”, Julia Margaret Cameron, ma forse colui che più di tutti ha declinato questa “formula” creativa (anche) come un tributo alla metropoli moderna è stato proprio Maurizio Galimberti, con i suoi “mosaici” di volti, paesaggi, architetture e città.

E la città è il soggetto di questi scatti di Andrea Milano, che possiamo annoverare fra quegli artisti della “nuova ondata” che “sentono” la città non solo nel suo brulicante dinamismo, ma anche nei suoi attimi fuggenti, in quei momenti che sono, appunto, le “zanzare pungenti” che ti colpiscono e volano via.

 Andrea Milano si comporta un po’ come il traduttore con il manoscritto originale: lo traduce, ma anche un po’ lo tradisce, mettendoci del suo non solo per far fronte alle eventuali difficoltà nei passaggi dalla lingua originale, ma anche per conferire al testo un nuovo senso senza tuttavia “alienarlo”.

Negli scatti di Milano avviene la stessa cosa, con la differenza che qui il referente è il mondo là fuori nella sua concreta realtà di tutti i giorni, il mondo “tradotto” ma anche “tradito”: l’artista modifica prospettive, colori, forme, per creare abbinamenti surreali, o meglio, extrareali rispetto alla realtà di tutti i giorni. Dico “extrareali” in luogo di “surreali” perché ad Andrea Milano non interessa quella quota di “superiore realtà” cara ai Surrealisti, in quanto per lui anche la “realtà” che ci consegna attraverso i suoi scatti è a suo modo …reale.

In lui non v’è avversione al mondo “vero”, perché..in realtà (mi perdoni il lettore per questi continui giochetti di parole) riproduce una realtà che è sotto gli occhi di tutti, solo che pochi se ne accorgono. E’ come la lettera rubata nel racconto di Edgar Allan Poe, che tutti cercano e nessuno trova, pur essendo in bella evidenza lì sul tavolo sotto gli occhi di chiunque.

Milano cerca le “lettere rubate”, i dettagli come i ritagliamenti macroscopici, per ri- costruire la realtà attraverso il riflesso.

Una forte connotazione di “pittoricità” caratterizza questa serie di Milano, che ho definito all’insegna del “metrocorpo” in riferimento alla città in divenire: e infatti gli scatti in questione nascono dagli attimi colti in occasione di passaggi in città, durante quelle “punture di zanzara” summenzionate.

Milano cristallizza il fascino evocativo della metropoli con un colpo d’occhio che va oltre l’enfatizzazione di un “metrocorpo” energico e creativo, fissando nella plasticità di immagini riflesse e sovrapposte una realtà vitale e cangiante, immortalandola in attimi di estetica sospensione: le immagini si stagliano sulla città che corre via, mentre lui guarda il mondo là fuori con occhio estetico e ne coglie gli attimi irripetibili e concomitanti, le ormai famose “punture di zanzara”,  perché tutto è lì, davanti a noi come la letteraria “lettera rubata” di Poe.

In particolare il Nostro de-costruisce e ri-costruisce la realtà  sovrapponendo le immagini che si offrono allo sguardo in quegli attimi irripetibili: è il suo “togliere e rimettere” rispetto all’iperrealismo in arte visuale, cancellare e ri-costruire le forme  in un fare fotografia in quanto “pittoricismo”, enfatizzando i campi di colore saturandoli e fissando ab aeterno quei riflessi che si danno allo sguardo mettendo “fra parentesi” la realtà che tutti (non) guardano.

Molti elementi concorrono a determinare la carta d’identità della produzione d’arte di Andrea Milano: la metropoli e il suo movimento, la de-costruzione e distorsione dell’immagine enfatizzando il micro quanto il macro, la “pittoricità” della stessa attraverso la saturazione del colore e la giustapposizione degli elementi della composizione.

E poi ci sono gli elementi ricorsivi, come ad esempio i manichini e la presenza/assenza della figura umana. Vediamone alcuni.

Iniziamo con questo scatto (le opere di Milano sono tutte “Untitled”, non per “noia” dell’autore ma per prendere il più possibile le distanze da involontari instradamenti causati dai titoli):

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Volevate l’irrealtà? Ebbene, non vi sembra un paesaggio lunare visto di sotto in su con una forte decontestualizzazione temporale? Che ci fa un uomo del 2017 (vedi il tipo di calzature), con un tatuaggio sulla caviglia, che fluttua a rovescio sulla Luna?

E a proposito di tatuaggi:

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Non vi ricorda, questo manichino, certi “tatuaggi” del body painting africano?

Guardando queste foto ci sembra di stare in un mondo alieno, ma non “cattivo”, non “spaventoso”. Al massimo perturbante. E non potrebbe essere altrimenti, visto che fin qui stiamo parlando di manichini, che nella psiche (e nella storia della psiche) stanno al perturbante come Dario Argento sta al cinema.

Consideriamo per esempio questi scatti:

Come direbbero i Latini, qui siamo in “medias res”: restando in ambito cinematografico, vengono in mente le bellissime, magistrali, splendide scene nel film del grande Mario Bava, con una fotografia molto pittorica, appunto (il seguente è un frame del film “Sei donne per l’assassino”):

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Usiamo un aggettivo molto poco usato nell’arte contemporanea, perché considerato troppo “semplice”, ma, come insegnava il filosofo inglese Guglielmo di Occam, “non moltiplicare gli elementi più del necessario”: bello. pertanto in questa occasione ricorreremo a questa parola ostracizzata riferendoci alla produzione di Milano e definendola “bella”, talvolta (come in queste opere appena prese in esame) intrinsecamente connessa a quell’elemento “perturbante” che spesso nella storia dell’arte e del gusto è associato al bello.

Prendiamo come esempio quest’opera:

_DSC5267.jpg

Pure in questo caso abbiamo degli interessanti rimandi cinematografici, ma il pensiero corre anche alla storia della pittura e, sempre per restare in tema di…inquietudine, non possiamo non riandare alle “Muse inquietanti” di De Chirico:

The_Disquieting_Muses

Andrea Milano qui, almeno qui, non espone i tratti identitari dei “viventi la metropoli”, ma ci mostra piuttosto coloro che ne potrebbero essere  i “proprietari assenti”: risultato bellissimo e inquietantissimo, non disgiunto da una certa “atmosfericità” erotica, propria dell’oggetto “manichino”, immersa in un caleidoscopio di colori proteiforme e magmatico.

Ho parlato di “plasticità” in riferimento alle immagini dell’artista, con una  “strizzatina d’occhio” ai “Valori plastici” di cui parlava il pittore e collezionista Mario Broglio nella sua rivista detta appunto “Valori plastici” dedicata alla pittura metafisica d’inizio Novecento. E’ la “pittoricità” di Milano, che emerge in modo particolare qui ad esempio:

, dove da un lato i vortici di colore ricordano la spatola che in pittura si distende sulla tela e dall’altro la “vaporosità” rimanda a certa pittura americana “old fashion”, con un sovrappiù di rappresentazione  “radiografica” occasionata dalla giustapposizione dell’immagine arborea che “finge” di essere la colonna vertebrale del soggetto raffigurato.

Pittoricità” che si ripete qui, dove i colori sembrano le campiture di un acrilico su tela:

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, mentre la fotografia “ritorna” qui:

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, con un forte accento di “classicità” dato dall’armonizzazione coloristica e dalla distribuzione della luce.

Una fotografia “pura”, diremmo, tenendo conto però del fatto che qui col termine “pura” non intendiamo riferirci alla fotografia “nuda e cruda” senza postproduzione, ma alla “fotografia-fotografia” dell’universo di Andra Milano, cioè a quegli scatti dove la pittoricità lascia il passo a suggestioni in cui gli elementi “estranei” vengon meno. Esempi?

, dove, ancora, osserviamo la decontestualizzazione di elementi di natura inseriti in un ambito nuovo con un conseguente nuova produzione di senso, ciò che è evidente nell’opera riprodotta a destra e che si accompagna per reminiscenza a un’altra opera della serie che abbiamo già incontrato:

_DSC4869.jpg

Andrea Milano ci porta quindi in un’altra realtà, stando sempre nella realtà della metropoli: i riflessi, le sovrapposizioni di immagini, modificano prospettive e immagini per restituirci una realtà “diversa” da quella da cui, pure, ha origine, dove l’elemento umano a volte è estruse e altre è invece più che presente, come in questo caso

_DSC70652b.jpg

, sospesa a mezz’aria fra cielo e terra, fra fotografia e “pittoricità”, forse a “risarcire”, con quella disinvolta strizzatina d’occhio, quelle sensazioni di “perturbazione”  e di “mancanza di cose umane” e che pure sono sempre così…belle, nascoste allo sguardo eppure reali, nella città moderna in continuo divenire.

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