ATTILIO FORGIOLI | MARTINA ANTONIONI | DIALOGHI

Federico Rui Arte Contemporanea | 29 novembre 2018 > 18 gennaio 2019

«E’ una cosa che voglio vedere dipinta». Così, con questa lapidaria affermazione di Attilio Forgioli a proposito del soggetto di un suo quadro –non di un quadro in particolare, ma di quel quadro ”universale” che racchiude tutta la sua pittura-, è così, dicevamo, che potremmo racchiudere il senso di questo mostra: due artisti, due generazioni, due produzioni che “dialogano” a partire da presupposti differenti, nel nome dell’immagine che DEVE diventare qualcosa.

Martina Antonioni, classe 1987 e Attilio Forgioli, classe 1933, entrambi inseribili in un post informale “idealtipico” a cavallo dei decenni, ucronico per l’una e diacronico per l’altro.

Per Martina Antonioni il mondo interno è il pretesto per l’immagine, per Attilio Forgioli lo è quello esterno.

In entrambi i casi il soggetto della figurazione è la realtà: “lunga”, storica, reminiscente per l’uno; presente, “quasi-ricordi” autoascritti in prima persona,  per l’altra.

In entrambi i casi, laicamente trasfigurata. In loro, in questi due artisti separati da due generazioni, il quid è: trasformare l’immagine. Perché l’immagine deve diventare un quadro.

Al fondo delle opere di Attilio Forgioli è il senso sacrale dell’esperienza storica relativa alla guerra civile (per inciso, nella “narrativa” pittorica qui esposta si tratta dell’esecuzione di otto carabinieri e otto partigiani, fucilati alle spalle) che insanguinò specialmente il nord Italia all’indomani della caduta del regime fascista (e infatti le sue opere si intitolano Reliquario, Elmetto, Alagna 14-7-44) e nei suoi quadri la morte (Tre cipressi) è disperazione e speranza insieme, come nel Diario di Giovannino Guareschi e in Se questo è un uomo di Primo Levi. Un chiaro e forte NO espresso dall’opera, così titolata, di Martina Antonioni, che fa parlare fra loro passato e presente nel nome della contemporaneità (pensiamo al lungometraggio No dell’artista madrileno Santiago Sierra), dove in filigrana leggiamo la storia di Aaron Swartz, una sorta di Julian Assange ma senza le protezioni, attivista americano coautore delle licenze Creative Commons che usiamo tutti i giorni e strenuo difensore della libertà d’espressione, suicidatosi a 27 anni nel 2013. Anche dalla produzione di Martina Antonioni emerge un “principio speranza”: E non so a chi dirlo e La strategia del tiglio racchiudono un senso di rinascenza, perché anche un fiore appassito, come quello raffigurato nella prima opera succitata, è la premonizione di un possibile rinnovamento pur a partire dalla morte, perché da una foglia nascono più cose (ed è questa la tattica, il legame con quell’albero particolarmente longevo quale è il tiglio), perché gli alberi denotano un senso di protezione e perché, in fin del conto, Gli alberi parlano sempre. Anche in Martina Antonioni abbiamo “una cosa” che lei vuole vedere disegnata, dipinta, raffigurata: la trasformazione dell’immagine di Forgioli passa, qui, da queste macchie di colore prive di distrazioni, di addenda visuali. In effetti, anche qui l’azzeramento totale di quel proscenio che è lo sfondo fa parlare le “cose”. Là, un elmetto, una bomba a mano, qui un fiore, un albero. In entrambi i casi abbiamo una filosofia dell’esistenza in chiave visuale proprio a partire dalle “cose” e dall’esperienza, storica in un caso interiore nell’altro, come è testimoniato dall’opera di Martina Antonioni titolata Quando mi dimentico di esistere, che potremmo racchiudere nella SECOLARE questione del rapporto corpo/mente (Io esisto? Esisto in quanto corpo che agisce? O in quanto mente che pensa? O tutt’e due?), cui Cartesio nel Seicento diede l’abbrivio con la celeberrima quanto paradossale osservazione «Devo badare a non prendere qualcos’altro per me stesso».

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