L’arte scende dal piedistallo anche quando pesa 70 Kg

LA PRESENTE ASSENZA, mostra inaugurata sabato 22 giugno 2019 alle ore 17 presso gli spazi della Fondazione Sangregorio Giancarlo di Sesto Calende, con opere di Vincenzo Lo Sasso e Ivano Sossella, in relazione con il lascito del Maestro Giancarlo Sangregorio.

L’arte è relazionale, il che è un vuoto truismo, cioè una banale verità. Lo è da sempre e a ogni latitudine, perfino in letteratura: vedi il collezionista di quel romanzo di Houellebecq che teneva un quadro chiuso a chiave in una stanza perché lo voleva guardare solo lui.

L’arte è infatti come il mondo là fuori secondo Schopenhauer: esiste perché ci sei tu che la guardi. Tutto il resto è noia, compresa l’Estetica Relazionale di Nicolas Bourriaud.

Questa è una mostra intrinsecamente relazionale e provocatoria nel senso più semplice dei termini perché, come diceva Guglielmo di Occam, “gli enti non debbono essere moltiplicati oltre il necessario”.

E’ una mostra relazionale perché le opere di Vincenzo Losasso e di Ivano Sossella si incontrano le une con le altre a partire da opposti estremismi. L’uno non potrebbe essere più diverso dall’altro e proprio per questo si compenetrano come lo Yin e lo Yang della filosofia cinese o la dialettica hegeliana (che è la stessa cosa): la presenza massiva del marmo di Vincenzo Lo Sasso e le ombre fantasmatiche di Sossella sono l’affermazione e la negazione che si completano nella sintesi superiore.

Non per niente, le loro mostre sono ordinate separatamente-ma-non-troppo, come se tra loro corresse una sottile linea di corrispondenza biunivoca: le sculture (e i quadri) assenti di Sossella sono epifenomeni di un quasi-ricordo afasico, mentre quelle di Vincenzo Lo Sasso ri-affermano la pietra viva raccontando la forma in via di apparizione dell’opera fatta e finita.

Se fossimo in pittura, diremmo che l’uno è aniconico e l’altro è figurativo.

Considerate, per esempio, la grande scultura di Vincenzo Lo Sasso “Anime in fuga” (“Souls on the run”): avvicinandovisi, non sembra di scorgere sulla sua superficie scabra anime che s’involano? Le sculture di Vincenzo Lo Sasso sembrano dirci: «Guarda cosa ti racconto» e per reminiscenza fanno pensare a quell’olio su tela del pittore simbolista Gaetano Previati intitolato “Il sogno”, che raffigura due soggetti, uno maschile l’altro femminile, generati da un prato fiorito mentre sembrano ascendere verso un cielo fiammeggiante. Una narrazione fortemente evocativa quella di Vincenzo Lo Sasso, quasi pittorica, che si rinnova nelle sculture “Cielo di Marmo” (“Marble Sky”) e “Onde” (“Waves”), dai colori cangianti a seconda dell’inclinazione della luce e dei movimenti dell’osservatore e che (ma è un’impressione eminentemente soggettiva) occasionano sensazioni sinestetiche: “Cielo di Marmo” stimola il gusto e non solo il tatto e la visione, vien quasi voglia di mangiarla. Sono i progressivi mutamenti del loro modo di darsi, impresa in cui si cimentò Paul Cézanne con “La montagna Sainte-Victoire” (o anche Piet Mondrian, quando decise di dipingere quell’albero in successione secondo un processo di progressiva astrazione).

LA PRESENTE ASSENZA, mostra inaugurata sabato 22 giugno 2019 alle ore 17 presso gli spazi della Fondazione Sangregorio Giancarlo di Sesto Calende, con opere di Vincenzo Lo Sasso e Ivano Sossella, in relazione con il lascito del Maestro Giancarlo Sangregorio.
Ivano Sossella – Rendering dell’installazione – Fondazione Sangregorio Giancarlo

Di converso, l’aniconicità di Sossella mette in scena (e quindi mette-in-figura) ombre (“Schatten”) fatte ad arte, cioè arte-fatte, a evocare la concretezza del marmo senza nominarlo, cioè azzerandolo, cioè non facendolo affatto. Il marmo è il proprietario assente della sua stessa ombra che, disegnata sul pavimento, interagisce direttamente con i quadri presenti/assenti nella stanza. Realizzati con smalto da muro con un’antica tecnica romana di cui non vi sveliamo il nome, sembrano opere di un pittore aniconico specializzato in monocromi come Sean Shanahan o in “falsi” monocromi che in realtà, sotto al film pittorico, nascondono una magmatica schiera di colori à la Paolo Iacchetti.

Ma è un inganno. Se vi avvicinate a questa variazione sosselliana sul tema dell’apparente monocromia, notate come lui abbia giocato (e il verbo non è usato a sproposito) con la luce: a seconda della posizione nei confronti della quale noi stessi ci poniamo, il “lascito” del quadro, che qui anziché il piedistallo è una cornice, appare e scompare. Asfaltato dal grigio asfalto della tela. Facendo il verso a  “Il viandante e la sua ombra” di Nietzsche, diremmo qui con Sossella e per Sossella: “L’opera d’arte e la sua ombra”.

Tutte e due le mostre esemplificano dunque il concetto basico (l’unico che ci sia dato conoscere al di là dei sofismi critici) di “relazione” con l’osservatore: le une mostrando, le altre narrando, la stessa cosa, cioè la soglia della dimensione “poietica” dell’arte a partire da meno di zero.

Ma c’è di più.

Se Sossella sdrammatizza aniconicamente la scultura negandola, Vincenzo Lo Sasso la “teatralizza” figurativamente riaffermandola. L’arte non è neutra, non è un’alata testa d’angelo e vi sono modi più seri delle installazioni da circo per disturbarla e farla scendere dal piedistallo: le sculture di Vincenzo Lo Sasso e le non-sculture di Sossella non stanno zitte, anzi possono anche disturbare, facendo strame del biancolatte di una base e magari prestandosi addirittura al balbettio degl’infanti, che a differenza degli adulti conservano intatta quella risorsa vitale per eccellenza che è la creatività.

Ecco perché le tre basi di Sossella con sopra le piccole sculture di Sangregorio sono state dipinte dai bambini. Un’esperienza a suo modo performativa in cui, per straordinaria coincidenza, si è cimentato in altri tempi e luoghi anche Vincenzo Lo Sasso, quando ha “preteso” che una sua mostra fosse compendiata, affiancata, dalle opere realizzate da una folta schiera di bambini che avevano lavorato con lui durante una giornata a Palazzo Beltrami a Trani.

L’arte scende dal piedistallo anche quando pesa 70 Kg e, dal silenzio della (talvolta) comica rispettabilità dei white cube prima e degli spazi industrial/chic poi, arriva al disturbo, al rumore di fondo del balbettio del folle o dell’infante o dell’agnostico in arte contemporanea: vista la (presunta e divulgata) sua inclinazione non solo al superamento del limite ma anche a quello del disagio della civiltà.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...